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Stefano Leone
31 Marzo 2026
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Il ritorno dei pábitelé in un salone di provincia polacco

È un brindisi alla memoria il “Monologo” di Sołtys in un quartiere in cui (non) si è fermato il tempo

di Stefano Leone

Nel 1921 Josef Hrabal, detto Pepin, fa visita al fratello, proprietario del birrificio di Nymburk, e a suo nipote acquisito, Bohumil Hrabal. All’inizio Pepin pensa di rimanere due settimane, ma alla fine resta quarant’anni: Pepin lavora tra i barili di birra e diventa una figura magica nella cittadina ceca. La sua magia si esprimeva in un solo, semplice atto: un infinito, apparentemente insensato, magico blaterare.
Blaterare era parte della sua vita e la sua vita era un blaterare continuo: 

“Vive in un mondo tutto suo, particolare. Racconta senza sosta qualcosa a sé stesso oppure al primo che passa, senza aspettarsi una risposta”.

Birrificio di Nymburk


Josef Hrabal, detto Pepin, fonte

I suoi monologhi infiniti riempivano il birrificio e tutte le osterie di Nymburk. Erano monologhi nostalgici, leggendari, spesso di altri tempi. E avevano bisogno di Nymburk per fiorire, una cittadina addormentata, che viveva di passato e nostalgia, descritta da Bohumil Hrabal nel libro La cittadina dove il tempo si è fermato.

Lo zio Pepin è una grande ispirazione per la penna hrabaliana, perché lo aiuta ad introdurre una nuova categoria nella letteratura ceca: il pábitel. Il neologismo non è stato però inventato da Hrabal, si pensa che debba essere attribuito al poeta ceco Jaroslav Vrchlický: per lui, pábit’, significava andare in giardino e fumare un sigaro. Hrabal avrebbe sentito il termine dall’artista e poeta ceco Jiří Kolář attribuendogli poi il significato che caratterizza gli eroi dei suoi libri.

Sono stati fatti diversi tentativi di tradurre il neologismo in italiano (si veda a proposito Alcune osservazioni sulle traduzioni di Pábitelé di Bohumil Hrabal in italiano di Táňa Alešová). Lo slavista Angelo Maria Ripellino parla di “sbruffoni”, mentre in occasione della pubblicazione delle Opere scelte per Mondadori, i curatori Annalisa Cosentino e Sergio Corduas optano a loro volta per un sillogismo, “stramparloni”. In altri casi il termine è rimasto non tradotto, cercando la fortuna acquisita dal neologismo čapkiano robot. 

Ma chi sono i pábitelé? Chiediamolo a Hrabal stesso:

“Stramparlone è chi stramparla, e chi stramparla è stramparlone e il suo modo di fare è stramparlare. Dunque, stramparlone è chi fronteggia costantemente un oceano di pensieri molesti. Il suo monologo è un continuo fluire, ora è un fiume sotterraneo che scorre nella cavità della mente, ora si riversa fuori dalla bocca. Il suo monologo passa di bocca in bocca come una fiaccola accesa in mano alla staffetta della lingua. Lo stramparlone è strumento della lingua, la arricchisce di tutte le tenerezze e i trucchi di cui si interessa la linguistica. Lo stramparlone di regola non ha letto quasi niente, ma in compenso ha osservato molto e ascoltato molto. E non ha dimenticato quasi niente. È incantato dal monologo interiore che lo accompagna in giro per il mondo come un pavone dalle sue belle piume” (Hrabal. Opere scelte, 2003).

Per Ripellino sono “omini da nulla, che si ingegnano di accomodare alla meglio la propria vita nelle strettoie di un regime oppressivo”. “Si tratta di piccoli fantasticatori”, continua lo studioso, “di sviati, di parassiti: insomma di malsicuri e di offesi, che inventano senza risparmio universi lunatici nello squallore d’una nazione ridotta a provincia: innocui smargiassi, chiacchieroni indomabili, pieni di falso zelo e nutriti di trovatine sentimentali da vecchio corriere del cuore e di films e delle grigie riviste illustrate che circolano nel comunismo: mitomani imbevuti di albagia distrettuale e con pretese di dozzinale cultura”.

Il traduttore e saggista polacco Aleksander in Hrabal. Słodka apokalisa (2016) descrive il pábitel come un “plebeo, uno dei tanti, che incontriamo ogni giorno a lavoro, per strada, in osteria, a prima vista non sembra avere nulla di particolare, ma allo stesso tempo sotto l’effetto del momento e di qualche boccale di birra inizia a raccontare storie incredibili, apparentemente vissute, ma in realtà appena inventate. Dei pábitelé sappiamo solo quello che vogliono raccontarci di sé, cioè – logicamente – solo assurdità”.

Attenzione però: non basta parlare tanto per essere pábitel, il racconto deve essere vita e la vita racconto. Il pábitel ha bisogno di parlare, ed essendo cresciuto nelle condizioni peggiori, riesce a gioire di ogni piccola parte luminosa della vita e di tale gioia contagia gli altri. Il pábitel è innamorato del proprio racconto, la sua parlata diventa ricerca della bellezza, perché – seguendo una frase di Pepin – “il mondo è bello, non perché lo sia realmente, ma perché io lo vedo così”.

Un pábitel, però, non sa di esserlo: la consapevolezza della propria stramparlaggine metterebbe fine alla magia dello stramparlare. Il pábitel non è un bugiardo: nel suo mondo verità e leggenda si mescolano creando una ricetta magica. L’essenza del pábitel emerge in un commento dello scrittore e filosofo ceco, nonché per un periodo compagno di avventure di Hrabal, Egon Bondy. Il commento riguarda il libro Un tenero barbaro che racconta la storia di Hrabal, Bondy e del Graphic artist ceco Vladimír Boudník: “Hrabal si è inventato tutto. Ma non ha mentito. Perché lui pensava che tutto questo fosse accaduto veramente”.

Tuttavia, il pábitel non è una categoria negativa, è parte del realismo magico: “È chi sa sognare ad alta voce, chi in un certo senso si moltiplica, espande la propria umile esistenza, va al di là di essa: scoppiando dal ridere tocca l’Assoluto. L’Epifania avviene ogni giorno, nei luoghi più comuni: basta tendere l’orecchio”, dice Kaczorowski.

L’Epifania avviene anche in un vecchio salone di un barbiere in un quartiere polacco di periferia. Monolok di Pawel Sołtys è un’ode al pábitelismo. Lo si può intuire già dalla prima frase: “Sono tutte cose, signore, da non crederci. Come se qualcuno ha trascritto un libro in vita. E con errori”. Le 117 pagine sono un continuo intreccio di storie provenienti da tante vite, raccolte da due sole orecchie, raccontate da una sola memoria, una sola voce e accadute in un solo quartiere che – al contempo – è anche il mondo intero. Si tratta di Grochów, distretto del quartiere Praga-Sud di Varsavia.
Sołtys, scrittore, musicista e autore di canzoni, racconta un mondo che non esiste più, che vive soltanto nella memoria di un vecchio barbiere. È mondo dove le persone ascoltano, raccontano e condividono sé stesse con gli altri. E il barbiere tagliava, ascoltava, e ricordava, rideva e viveva:

“Quando te ne stavi lì a lungo sopra quelle teste, che avevano labbra, e le labbra contenevano storie, una dopo l’altra e poi una terza ancora, allora capivi, che tutto è un po’ qui e un po’ lì. Può iniziare dalla verità più assoluta e finire in una frottola tale che ti costringe a mandare giù la risata come acqua Mazowszanka e ti fa tremare la mano con le forbici. O al contrario, fantasia dalle prime parole e poi alla fine viene fuori che si tratta della verità o anche di qualcosa di più serio della verità, qualcosa che ti rimane per anni e di cui non riesci a liberartene, né con il sonno, né con la vita, né pensandoci su. Ma rimane lì, come una scheggia nel dito”.

Grochów negli anni ‘50, © www.fotopolska.eu, fonte 

E con il semplice gesto di tendere l’orecchio, il barbiere riesce a capire il mondo, cioè Grochów, ma in realtà anche il mondo intero, perché in quegli anni la storia passa anche dal suo salone e da quelle strade. E una storia interrompe l’altra, la necessità di parlare rompe ogni filo logico: incontriamo vecchi reduci di guerra traumatizzati e fuori di testa; Marta, una giovane bella donna impazzita dopo essere stata colpita da un fulmine in uno zoo; la cravatta di Kennedy, che per un miracolo si trova a Grochów e ora passa da un proprietario all’altro. Abbiamo un semplice cittadino che d’un tratto diventa famoso per aver vinto un concorso dopo aver replicato il Palazzo della cultura di Varsavia con dei fiammiferi, e allora tutti corrono da lui pensando che sia ricco o famoso, ma si ritrovano davanti un pábitel che altro non ha che quel palazzo di fiammiferi. E i visitatori, delusi, danno fuoco alla sua opera e alla sua casa. Nelle parole e nei ricordi del barbiere vive l’ingegnere Sankowski che non beve, ma quando beve si trasforma e si arrampica sui muri per sparare alla luna. C’è una vecchia che si impicca dopo aver perso una guerra d’amore con l’allevatore di piccioni che uccideva i suoi gatti: lei viveva per i suoi felini, lui per i suoi piccioni. C’è Jubcio, il grasso contrabbandista che raggiunge il paradiso per poi cadere giù violentemente. Inoltre, un mago costretto a fare il ladro, impazzito dopo quattro anni di carcere e – come da gran finale di magia – misteriosamente scomparso. Infine, un agente di commercio fallito che prima di buttarsi dal ponte trascrive sui muri di alcune case la storia della sua vita, come gli aveva promesso la figlia.

Il lettore ride ascoltando il barbiere, ma la risata si interrompe quasi sempre, perché dietro l’ironia hrabaliana di Sołtys si nasconde il mondo reale, crudele, da cui i pábitelé cercando di scappare rifugiandosi nel racconto. 

Perché i pábitelé sono tormentati: dalla guerra, dalla povertà, dalla realtà della vita. Dietro l’apparente pazzia c’è sempre il trauma dei tempi, come nel caso della signora Helenka che, innamorata dalle forbici, fissa il barbiere mentre taglia la barba a un cliente. Il trauma è dietro l’angolo e viene raccontato da una passante, con malinconica ironia, tipica dei pábitelé:

– L’hanno violentata in guerra.

Non sapevo cosa rispondere, e come un’idiota ho chiesto:

– I tedeschi o i russi?

E lei:

– È come se fossero stati entrambi allo stesso tempo, erano russi in uniforme tedesca, i RONA, erano bestie non soldati, macellai e fottuti pazzi, perdoni il termine. Lei di notte urla terribilmente. La multano, arriva la polizia, ma lei continua a urlare. Come se urlasse da quel maledetto quarantaquattro, bah, a rivederla signore.

Qui il racconto nasconde l’orrore della guerra, finita, ma i cui fantasmi popolano ancora Grochów. Guerra da cui si vorrebbe fuggire, ma non si può, se non con la fantasia, con il racconto.

Un’altra particolarità di Monolok è il continuo ricorrere a metafore, una conseguenza naturale degli infiniti intrecci di storie. La casa del costruttore del Palazzo di cultura di fiammiferi brucia “come se gli americani avessero lanciato la bomba atomica su Grochów”. 

L’ingegnere Sankowski, durante il matrimonio del figlio – evento durante il quale è obbligatorio bere – fino alle 22:00 “si controllava come se si fosse messo accanto quei due che stanno sempre alla tomba del milite ignoto, in piedi, all’attenti, armi in mano. Vegliano sul fuoco eterno. Me persino loro non potevano sapere quale fuoco ardeva dentro l’ingegnere di Via Blizka, modesto e rigido come uno stivale da ufficiale dell’esercito popolare polacco”. E quell’ingegnere non bestemmia mai, di solito è “elegante e ordinato come un biglietto di prima classe nach Berlin Ostbahnhof”.

O ancora, i gatti della signora Halina sono uccisi dall’allevatore di piccioni “come i polacchi sotto il giogo dell’invasore nazista”. Il contrabbandista grasso Jubcio, sfruttava i tempi in cui i confini correvano e cambiavano e “nonostante il suo peso, saltava da un lato all’altro del confine come le bambine saltano la corda in giardino in una giornata calda”. E grazie a ciò “le ragazze gli andavano dietro come la polvere va dietro ai tram”. Le metafore sono protagoniste di ogni racconto e anche il racconto è metafora: c’è chi parla con “una lingua morta durante l’occupazione”, chi come se “sparasse da una mitragliatrice”, e anche chi raccoglie le storie del quartiere come se avesse “un’aspirapolvere per i gossip”.

E nelle 117 pagine di monologo non si può distinguere la leggenda dalla verità. E, d’altronde, perché farlo? Il racconto è bellezza e raccontare è un’arte, un viaggio:

“Quando tagliavo i capelli, era come se li tagliavo a Holubek prima di una première, quando raccontavo, lo facevo per far ridere e piangere gli altri, volevo che fosse bello come nei libri, con una melodia narrativa, affinché gli altri mi accompagnassero lì, nell’altrove”.

La letteratura svolge un ruolo importante per i pábitelé di Sołtys, loro leggono in modo da “poter estrarre leggendo il massimo dell’inchiostro da ogni singola lettera”, come l’eroe di Hrabal in Una solitudine troppo rumorosa. I pábitelé si nutrono di racconti per poi nutrirli, per raccontare in modo tale, da trasformare le cose più incredibili in verità. E, linguisticamente, il confine tra leggenda e realtà viene sfocato dal “più o meno”.

D’altronde, alla fine la verità è soggettiva, e non ha nemmeno senso chiedersi se quello che viene raccontato sia vero: “Perché anche se è tutto frutto della fantasia, è comunque rimasto”. 

E i racconti rimangono nella memoria, ma devono essere condivisi per poter sopravvivere, perché una singola memoria non è eterna:

“Dopotutto anche la memoria si consuma, ha sempre più buchi come vecchi calzini, ci sono sempre più: com’è che era? era in Via Prochowa o Nizinna? era primavera o autunno?”

E nei pábitelé di Grochów c’è un’altra caratteristica importante: loro, un po’, temono la morte. Il tempo passa, la morte diventa quotidiana, le vecchie strade, seppur sempre lì, non ci sono più. E nemmeno la vecchia Grochów. Il racconto diventa allora un antidoto contro il tempo che passa, un modo per combattere la morte, tenere in vita sé stessi, gli altri pábitelé, e quello che è stato. La memoria aiuta anche ad andare avanti e sconfiggere la paura della dimenticanza: Monolok di Sołtys è un brindisi ai pábitelé, ai racconti, e, soprattutto, alla memoria. Guarda la presentazione del libro al Salon „Notatnika Literackiego”. 

La traduzione dal polacco dei passaggi tratti da Monolok di Pawel Sołtys e da Hrabal. Słodka apokalisa di Aleksander Kaczorowski, sono dell’autore dell’articolo. 

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