Un itinerario periferico
di Stefano Leone
In Polonia c’è una casa editrice che ha una collana, bianco e nera. Beh, di collane ne ha tante, ma una in particolare si distingue per la sua apparente semplicità e atonalità.
E anche per un nome strano, misterioso. Nere le foto in copertina, nera la mezzaluna in basso a sinistra, nero il titolo su uno sfondo bianco, bianco come le pagine bagnate da parole colorate. No, l’inchiostro è nero, classico, quello di sempre. Eppure, le parole sono colorate. Sono colorate di vita, realtà, passione. Sono colorate di qui e ora, di io, di presa in diretta. SULINA è il nome della collana, Czarne è la casa editrice. Le storie raccontate sono storie d’amore: amore verso i luoghi, la topografia, la strada e le strade, amore verso un viaggio infinito. Amore verso il ritorno, con tutto il mondo a disposizione, sempre in quel posto. Per nostra fortuna tanti sono gli innamorati e, dunque, tanti sono i luoghi e tanti i viaggi. Altrettanti sono anche i libri.
Si può leggere la Lituania in lituano, Le fini dei mondi, Il silenzio sulla steppa, Napoli dolce come il sale, I fiumi che non esistono, Il confine di tutto, Odesa Transfer, L’alfabeto europeo. Sì, quelle foto nere e parole colorate sono un alfabeto europeo, un’enciclopedia del monito che ci grida, nella sua semplicità, nella sua apparente atonalità
“Ehi, tu non mi conosci, entra prima che sia troppo tardi, entra prima che dentro mi scoppi una guerra e tu ti accorga che di me non sai niente”.
Grazie all’italiana casa editrice Keller le storie d’amore verso Bucarest e l’Albania si possono leggere anche in italiano: Bucarest, polvere e sangue e Fango più dolce del miele di Margo Rejmer sono disponibili anche per i viaggiatori tra parole italiani.
E tra il bianco e il nero generale di SULINA sono i titoli che colpiscono: forti, mai banali, sfruttano tutta la potenza delle parole per colpire l’Indiana Jones degli scaffali alla ricerca di un nuovo compagno serale o di qualcosa che durante le lunghe ore in treno lo distragga dalla prigionia del telefono o dall’agonia delle prossime otto ore in ufficio.
Sono poi i sottotitoli a togliersi l’abito da professoroni e a spiegare al lettore quello che ha davanti: Vilnius, Kazakhistan, Leopoli, Moravia, Volinia, Balcani, Romania, Bydgoszcz, Euro 2012. Sì, c’è anche Euro 2012, e come potrebbe non esserci, con i suoi dribbling, più stretti di quelli hrabaliani, tra un confine che oggi separa la guerra dalla pace. Eppure, si giocava di qua e di là. Ma le storie d’amore e i viaggi devono essere un po’ malinconici.
I titoli parlano, e parla anche Michał Tabaczyński nella sua Festa della leggerezza. Non facciamo ancora in tempo a spogliare il titolo dal suo mistero, a scorgere lo sguardo un gradino più giù, che subito ci salta addosso Kundera. Ci ritroviamo contemporaneamente su due lati del ponte: a sinistra La festa dell’insignificanza, a destra L’insostenibile leggerezza dell’essere. Oppure al contrario, fate voi. In mezzo la Moravia. Quella di Tabaczyński è una Moravia che non ha conosciuto Newton, senza forza di gravità. O meglio, sì la forza di gravità c’è, così come c’era prima di Newton, ma si fa finta che non esista. E l’autore partendo dall’orologio astronomico dalla forma fallica di Brno, fiera capitale geografica della periferia centroeuropea, si alza in volo compiendo passeggiate malinconiche in assenza di peso sopra quella terra che della malinconia clownesca fa la sua essenza.
Magica e pesante è la Praga d’oro, malinconica e leggera Brno d’argento. O di cemento. O anche lei d’oro, perché no; e clownesca, furba, pronta a prendere in giro il folle visitatore che ha deciso di lasciare il teatro praghese per cercare un po’ di autenticità ceca. E un po’ si innamora, un po’ tanto anche, ma ecco che, quando è pronto a fare il grande passo – zac – arriva la beffa. Come si spiegherebbe altrimenti l’orloj dalla forma fallica nemmeno tanto mascherata sulla piazza principale che alle 11 in punto ogni giorno sputa palline, o il temibile drago di Brno che, in realtà, altro non è che un coccodrillo (non che i coccodrilli siano meno temibili), o un cavallo dalle gambe sproporzionalmente alte sotto cui piccoli gruppi di turisti, ma anche di brniani, passeggiano, partendo dalle natiche e dirigendosi verso il muso, ridendo e ritornando indietro, per accertarsi di aver visto bene. Cosa hanno visto? Non svelerò mica tutti i segreti di Brno, così come non svelerò tutta la Moravia di Tabaczyński, ma centra qualcosa l’orloj. E no, non parlo della sua funzione astronomica. E mentre voliamo, l’orologio rimane lì, al centro e centro della periferia.
Leggera è la Moravia, pesanti sono invece i destini delle vite a lei legate: Kundera, Hrabal, Bat’a, Skácel, Deml, Mendel, Orten, e così via.
Nella terra della leggerezza i destini umani – come a sfidare l’assenza di gravità (o, forse, prendersene gioco?, ndr) – sono tragicamente pesanti. Come se la vita umana volesse controbilanciare quella mancanza con il proprio peso, come se solo così potesse rimanere ancorata alla terra. In questo contesto la legge di gravitazione universale assume forse una formulazione completamente nuova: la forza di attrazione tra due corpi è direttamente proporzionale al prodotto della loro tragicità e inversamente proporzionale al quadrato della loro reciproca avversione. E le storie morave raccontano questo peso; forse non tutte, ma la maggior di esse sì.
Ed è proprio in quel e così via che secondo l’autore si cela l’essenza di Brno:
-A lei piace Brno?
-Mah, un po’. (…) Sì, il funzionalismo, l’architetto Fuchs, l’hotel Avion e così via, e così via…
E in questo e così via ripetuto si cela tutta Brno, tutta la sua unica bellezza che, sì, sa essere pittoresca, sa essere affascinante, ma di certo non è, come si usa dire della bellezza, cinematografica.
Questo libro parla proprio dell’e così via. Le tragiche storie di città, oggetti, persone, si riflettono in diciassette capitoli. Tutto vola, passa, ma il luogo rimane fermo, soffre e fa soffrire. Il tempo in Moravia, la terra della poesia, fa ancora più male, come nelle “silenziose” poesie di Skácel:
Quel silenzio, quella piccola pausa tra una parola e l’altra, è il segno d’interpunzione della sofferenza. A causare questa sofferenza, qui, è il tempo: perché il silenzio non è una proprietà del linguaggio, ma una funzione del tempo. Il tempo è spaventosamente silenzioso. Cerchiamo di spezzare quel silenzio con la voce, ma invano. Il tempo è silenzioso, e per questo fa così male. E purtroppo, anche la voce umana che lo interrompe fa male, ci fanno male le lettere.
Le passeggiate ritornano sempre alla più tetra e kafkiana tra le città, Brno (più di Praga, ci dice l’autore, perché Praga è sì la città di Kafka, ma non è [più] una città kafkiana), con la sua architettura malinconica e funzionale (o forse malinconica perché funzionale? O magari funzionale perché malinconica? Anche qui, come volete, senza forza di gravità). E, in solitudine, non si può far altro che immergersi (senza gravità?) in questa terra poetica, malinconica, liberatoria:
Il corpo immerso nell’aria morava perde tanto peso, quanta libertà guadagna.
Brno è capitale per chi crede ancora in quell’Occidente prigioniero, nella tragica utopia dell’Europa centrale: ultima stazione, Zvonařka. La Moravia è utopica, libera, mai imprigionante, nemmeno per i suoi credenti più fedeli:
La Moravia è – mi rendo conto che parlo della mia Moravia, della mia personale mappa di pellegrinaggio – la terra della tragicità e dell’utopia. Questi stati astratti non abitano territori separati, e non intendo nemmeno dire che si mescolino in diverse proporzioni, ma formano un amalgama indissolubile, un intreccio inseparabile nei destini di quelle persone, di quella terra. L’utopia è l’antidoto per gli intellettuali – e in Moravia meridionale non erano certo pochi – contro il veleno dell’impotenza, ma la realizzazione dell’utopia è destinata alla disperazione.(…)
Che paradosso divertente: la terra che ha investito così tanto nei sogni (…) era fin dall’inizio destinata alla disperazione.
(…) Questa terra priva di gravità non mi trattiene, non mi lega a sé, le bastano a malapena le forze per tenere a terra tutti quei svettanti miracoli funzionalisti, costruiti di sogni, aria e luci; le basta a malapena l’attrazione per impedire che l’orloj, arcuato come un proiettile, voli via. La seta già percepibile e fluttuante delle nebbie autunnali morave avvolge – come si usava secondo le antiche tradizioni nella casa del defunto – i paesaggi di questa terra e le grandi vetrine dei negozi, affinché l’anima che abbandona questo mondo non venga trattenuta nel viaggio né dal proprio riflesso, né dalle visioni della patria mascherata, che tra un attimo (e forse per sempre?) perderà.
E chi ricerca nella malinconica utopia la propria patria, può farlo insieme a Tabaczyński. E poi, forse, da solo. O forse no. In ogni caso, bisogna pur scoprire cosa cela la passeggiata sotto il cavallo.
Dalla quarta di copertina
La Moravia – all’ombra di Praga e fieramente provinciale. Anche gli amanti della Cechia spesso dimenticano della sua esistenza, ma essa sembra indifferente a questa mancanza di attenzione. Patria di poeti – qui hanno scritto Skácel, Březina, Deml, Blatný. Scuola di prosatori – da qui sono partiti alla volta della capitale Hrabal e Kundera. Casa di visionari – qui ha lavorato Helena Bochařáková-Dittrichová, la prima autrice al mondo di romanzi grafici, e qui ha eretto la propria città utopica Tomáš Bat’a, profeta della modernità.
Michał Tabaczyński ha scelto proprio questa parte della Cechia per il suo flâneurismo – un hobby perfetto in tempi di pandemia. Si aggira quindi con calma per le strade delle città morave, curiosando negli angoli nascosti delle loro storie, ammirando edifici e monumenti, ascoltando il ritmo dei passi sui marciapiedi, gettando sguardi discreti nelle anime morave.
La festa della leggerezza non è solo un reportage sulla Cechia, ma è anche un saggio letterario da nomade, forse una meditazione in stile Sebald – dunque apocalittica e malinconica.
Sembra che tu stia camminando sulla terra, ma dopo un attimo ti accorgi di percorrere il sentiero della poesia. Sembra che la giornata sia ordinaria e pesante, eppure tutto si svolge come se fosse una festa. Chi è stato in Moravia sa di cosa parlo. Chi non ci è stato, dovrebbe cominciare da La festa della leggerezza. (Paweł Próchniak)







