Recensione de La cerniera di Europa di Gustaw Herling
di Simona Merlo
Leggere oggi Gustaw Herling è un esercizio utile per riflettere sull’attuale spirito del tempo, nonostante gli articoli raccolti in La cerniera di Europa siano profondamente figli del proprio tempo, quello della guerra fredda. Eppure è un libro che spinge a interrogarsi sull’età della forza – per usare l’espressione lapiriana – che stiamo attraversando, in cui è tornato prepotentemente il «dominio della forza al posto del diritto» (p. 15).
Herling scriveva riferendosi all’Unione Sovietica e alla sua egemonia sui paesi satelliti: un contesto profondamente differente da quello attuale, a cui non possono essere applicate le categorie di allora. Non stiamo, infatti, vivendo una nuova guerra fredda, ma qualcosa di nuovo e di diverso, un disordine mondiale che segna un cambiamento d’epoca. Però l’analisi di Herling e la risposta di resistenza morale alla logica della forza di allora restano valide e hanno qualcosa da dire al mondo di oggi.
Il suo era il mondo bipolare, quello dell’Europa divisa in due dalla cortina di ferro, appunto la cerniera evocata nel titolo del volume a partire dall’immagine utilizzata dal quotidiano italiano «La Stampa» come titolo a un articolo dello stesso Herling. In realtà, come rileva anche il curatore Paolo Morawski, si trattava di una doppia cerniera (p. 16): la cortina di ferro vera e propria, che separava l’Europa orientale dall’occidentale; e una seconda cerniera, una cortina invisibile (qualcuno l’ha definita una «cortina di nylon») che passava lungo il confine occidentale dell’Urss e sigillava l’Ucraina e le altre repubbliche sovietiche occidentali per impedire le comunicazioni con i paesi delle vicine «democrazie popolari», Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria e Romania.
Lo storico polacco Zbigniew Wojnowski nel suo bel libro The Near Abroad. Socialist Eastern Europe and Soviet Patriotism in Ukraine, 1956-1985, ha messo in evidenza come la dirigenza sovietica considerasse instabile – e non senza ragione – la frontiera che divideva la Polonia dall’Ucraina (nota 1). Come è ricordato nell’introduzione, «molti ucraini studiavano il polacco allo scopo di leggere la stampa e le pubblicazioni polacche; e attraverso di esse, carpire altre informazioni, conoscenze, prospettive e visioni, altri mondi molto diversi da quelli sovietici. Per la RSS ucraina la Polonia era già Occidente» (p. 18).
La vicinanza, non soltanto geografica, tra Polonia e Ucraina spiega l’attenzione, la considerazione e l’interesse che Herling nutriva nei confronti di quest’ultima. Nei suoi articoli c’è molta Ucraina. Innanzitutto quella dei dissidenti e dei nazionalisti, come nell’articolo L’Ucraina non vuole scomparire, sull’epoca di Petro Šelest, primo segretario del Partito comunista dell’Ucraina tra il 1963 e il 1972 e uno dei principali sostenitori dell’intervento armato in Cecoslovacchia. Questi, infatti, temeva il contagio della «rivoluzione» – per lui una «controrivoluzione» – che da Praga avrebbe potuto raggiungere la confinante Ucraina (pp. 41-42). Troviamo poi il commento a Internazionalismo o russificazione?, il noto scritto di Ivan Dzjuba, circolato inizialmente in samizdat, che auspicava il «ritorno a Lenin» nella politica sovietica delle nazionalità. Herling aveva familiarità anche con personaggi sconosciuti ai più in Occidente, come il regista Aleksandr Dovženko, il giornalista Vjačeslav Čornovil, il pubblicista Valentyn Moroz. Quest’ultimo, un nazionalista radicale, ammiratore dell’ideologo del «nazionalismo integrale» Dmytro Doncov, aveva fatto parte di un gruppo di cinque dissidenti imprigionati in Urss scambiati nel 1979 con due spie sovietiche detenute negli Stati Uniti. Herling probabilmente ignorava le posizioni più estremiste di Moroz, come quelle espresse nell’opera Sered snihiv [Fra le nevi], con la sua apologia dell’«ossessione» e il culto dell’«irrazionalismo logico». Lo presentava come un «propugnatore intransigente dell’indipendenza completa dell’Ucraina», ma al tempo stesso come un nazionalista moderato: «Si è dichiarato un nazionalista ucraino, equiparando il nazionalismo al patriottismo e non allo sciovinismo, anzi sottolineando che per lui e i suoi amici il nazionalismo è un’antitesi dello sciovinismo» (pp. 182-183). In generale, Herling ammirava il movimento del dissenso, tanto quello nazionalista, quanto quello a favore dei diritti umani, due aspetti che, nel caso ucraino, negli anni Settanta spesso si intrecciavano.
Manifesto-appello del 1970 per la libertà dello storico ucraino Valentyn Moroz, per la liberazione di tutti i prigionieri politici detenuti in Unione Sovietica, per la libertà per l’Ucraina e per la liberazione di tutte le nazioni schiavizzate dalla Russia comunista, fonte
Negli articoli di Herling non mancava neppure l’Ucraina orientale, alla frontiera con la Russia, l’Ucraina degli operai e dei minatori, degli scioperi a Novočerkask nel 1962 e a Dniprodzeržinsk – la città natale di Brežnev – nel 1972.
Per lo storico La cerniera d’Europaè un libro di straordinario interesse perché costituisce una sorta di immersione nel clima della guerra fredda, con tutta la concretezza data dal commento a caldo degli eventi, dalla riflessione sui fatti, come pure dalla presenza viva dei protagonisti. Il volume, infatti, compone un singolare archivio del Novecento, innanzitutto di quello letterario. Brillano personalità come quella dello scrittore Viktor Nekrasov, un russo di Kiev, autore di romanzi come Nelle trincee di Stalingrado e Nella città natale, solidale con il movimento nazionale ucraino e amico degli ebrei, tanto da commemorare pubblicamente, nel 1969, il massacro di Babij Jar, un argomento allora considerato tabù. Accanto a lui sfilano Anatolij Marčenko, Andrej Amal’rik, Aleksandr Solženicyn, Andrej Sacharov, Julij Daniel’, Andrej Sinjavskij, Aleksandr Ginzburg, Vladimir Bukovskij… e si potrebbe continuare. A tale proposito va segnalato il valore delle note, merito del curatore, che aiutano a immergersi in questo mondo «altro», fatto di dissidenza, arte e letteratura mischiate a tribolazioni, detenzione, gulag. Si percepisce, insomma, tanta «schiuma della storia» come è evocato nell’introduzione (p. 19).
Dalle riflessioni di Herling trapela un certo pessimismo circa le possibilità di cambiamenti imminenti in Europa orientale. Esprime disaccordo nei confronti di François Fejtö, quando questi scrive: «Si può sperare, lo sperano comunque i popoli dell’Est, che il prossimo Dubček nasca nel centro nervoso del sistema, a Mosca» (p. 73). Herling è scettico: «Un eventuale Dubček russo, se e quando farà la sua agognata apparizione, avrà la faccia meno bonaria e la mente meno candida di quello attualmente relegato lontano da Praga in un ufficio delle guardie forestali» (p. 74). Siamo nel 1971, l’elezione di Gorbačëv è ancora lontana. Herling è in sintonia con quanto espresso dallo storico russo-ungherese Tibor Szamuely: «Quel che il movimento per i diritti civili vuole è l’emergere dell’Urss liberalizzata. Eppure, se c’è una fantasia politica al cento per cento inconcepibile, è l’esistenza dell’Unione Sovietica liberale e democratica» (p. 82). Ad oltre cinquant’anni da queste riflessioni resta l’interrogativo se fosse possibile realizzare un’Urss liberale e democratica come la immaginava Gorbačëv, considerate tutte le aporie del suo progetto di trasformazione dell’Unione «su basi rinnovate».
Nelle pagine di Herling è presente, ovviamente, tanta Polonia, quella degli intellettuali della diaspora, d ella rivista dell’emigrazione polacca «Kultura» e di Jerzy Giedroyć che la diresse (p. 97), ma pure, soprattutto nella seconda parte («Periferie-centro-periferie»), la Polonia del Kor, di Jacek Kuroń e di Adam Michnik, di Giovanni Paolo II (p. 175), di Solidarność e Lech Wałęsa. A mio avviso poco è stata assimilata, anche dalla storiografia, la straordinarietà della rivolta pacifica di Solidarność, ricostruita – a partire da documenti di prima mano – da Massimiliano Signifredi nel volume Giovanni Paolo II e la fine del comunismo. La transizione in Polonia (1978-1989). L’eccezionalità del modello polacco di transizione fu costituita dal suo carattere non violento. Il cambiamento radicale di regime, preparato da lunghe trattative e da estenuanti fatiche per giungere a un compromesso tra governo e opposizione avvenne senza spargimento di sangue. Non era scontato. Fu merito certamente di Gorbačëv, che aveva dichiarato definitivamente conclusa la «dottrina Brežnev» di intervento nei paesi alleati. Tuttavia, se il pericolo di una guerra civile fu scongiurato, lo si dovette soprattutto alla natura di un movimento che non aspirava alla «rivoluzione», ma all’«evoluzione» del sistema – secondo le parole di Lech Wałęsa – e che traeva la sua forza dall’insegnamento di resistenza non violenta impartito dalla Chiesa e, in primo ruolo da Giovanni Paolo II. Herling provava grande ammirazione per il movimento di Solidarność ma sarebbe stato molto critico verso il Wałęsa presidente, a suo avviso inadatto al ruolo ricoperto.
Herling vide la debolezza del potere sovietico mentre la maggioranza, soprattutto in Occidente, ma anche in Polonia e in Europa orientale, lo considerava un monolite irremovibile, mentre l’«irreversibilità del nuovo ordine», ovvero quello di Jalta (che per Herling era una rovina), era accettata come un dato assodato. Al tempo stesso, però, egli era convinto che «gli imperi non sono eterni» (p. 121): una consapevolezza che non apparteneva a molti.
Leggendo queste considerazioni mi sono rammentata di una grande personalità spirituale del Novecento, il patriarca di Costantinopoli Atenagora, che più o meno negli stessi anni, parlando a Istanbul con il teologo ortodosso francese Olivier Clément diceva: «A mio avviso, i cristiani russi hanno vinto il comunismo nel loro paese. Il comunismo non come organizzazione sociale […] ma come totalitarismo ateo». Atenagora proveniva da tutt’altro milieurispetto a quello dello scrittore e pubblicista polacco. Eppure personalità diverse seppero guardare oltre le contingenze e cogliere la transitorietà della costruzione sovietica, la fragilità del totalitarismo e la possibilità del suo superamento.
Nelle riflessioni di Herling peraltro non era estranea la dimensione spirituale della storia, non solo per quanto riguardava l’Unione Sovietica, ma pure rispetto alla crisi dell’Occidente. Sotto questo aspetto era interrogato dal pensiero di Solženicyn, tra i nomi più ricorrenti nel volume. Scrive Herling nel 1977, a proposito di un volumetto di discorsi e interviste dello scrittore russo pubblicato da «La Casa di Matriona» l’anno prima: «Che cosa dunque Solženicyn intendeva far presente, senza tutto sommato riuscirci, nei suoi discorsi e nelle sue interviste? Che la crisi dell’Occidente è in preminenza spirituale: la sempre maggiore libertà si accompagna alla sempre minore responsabilità. Che è un semplice perditempo, restare chiusi nel recinto dei termini obsoleti: “il comunismo” e “l’anticomunismo” in una situazione come la nostra, con la crescente pressione (e tentazione) totalitaria a cui fa riscontro la progressiva vulnerabilità (e labilità) delle democrazie. Che una ferma posizione morale è più lungimirante di qualunque calcolo pragmatico» (pp. 160-161). In altre parole, la democrazia, antidoto ai totalitarismi di ogni segno, non è conquistata una volta per tutte, ma necessita, in ogni tempo, di essere difesa attraverso la resistenza morale e spirituale. Su questo riprende un discorso di Solženicyn alla radio britannica: «La natura umana è piena di misteri e di contraddizioni… Tra questi misteri c’è quello relativo alle persone schiacciate dalle più atroci forme di schiavitù, che tuttavia riescono a rialzarsi e trovano la forza di liberarsi prima spiritualmente e poi fisicamente, mentre chi gode della massima libertà, improvvisamente perde il gusto e la volontà di difenderla e, in preda a un fatale smarrimento, comincia quasi ad anelare alla schiavitù» (p. 161).
Se la lettura di Cerniera induce a un rammarico, questo è per il buio di dieci anni, dal 1982-1992 – anni decisivi per i destini dell’Europa orientale – in cui la voce di Herling tace, almeno in Italia, dopo la rottura con Indro Montanelli, suo direttore a «Il Giornale», a causa della divergenza di giudizio sulla figura e l’operato del generale Wojciech Jaruzelski. Quando la narrazione riprende, il quadro europeo è completamente mutato. Non mi soffermo su questo, essendo a tutti noto.
Infine, la terza e ultima parte («Primo decennio post-comunista e post-sovietico»), che raccoglie alcuni articoli scritti dal 1992 al 1999, mette in luce la difficoltà di Herling a confrontarsi con un’epoca diversa dalla precedente, con un mondo e un’Europa che stavano cambiando. E non potrebbe essere diversamente, poiché ciascuno è figlio della propria generazione. Lui resta in profondità un uomo del Novecento, che ragiona con le categorie del secolo scorso, non con quelle del mondo globalizzato. Non è un caso che, proprio agli inizi degli anni Novanta iniziasse a circolare l’espressione «nuovo disordine mondiale», come reazione al New World Ordermonopolare, a guida statunitense, teorizzato da George Bush padre. Era l’inizio dell’attuale frammentazione geopolitica e del cambiamento d’epoca che stiamo vivendo oggi e che tanto fatichiamo a leggere con categorie nuove.
Ad esempio, Herling sembrava non avvertire il pericolo rappresentato dai nazionalismi nel mondo post-1989 perché per lui il nazionalismo era qualcosa di nobile, era il patriottismo, era l’amore per il proprio paese. Scrive: «Il nazionalismo post-sovietico è stato dai diplomatici considerato pericoloso e destabilizzante. Dall’altra parte è lecito ricordare che per i popoli dell’ex impero sovietico nazionalismo era patriottismo; e che la stabilità, tanto cara agli uomini di Stato del mondo libero, era per i sudditi dell’est una prigione». E ancora: «Non c’è ragione di temere le sue [del nazionalismo] forme esagerate, troppo spinte; sono sfoghi occasionali e quasi inevitabili dopo un lungo sogno forzato; passeranno col tempo» (pp. 296-297). Eppure già negli anni Novanta il nazionalismo aveva preso le forme dell’etnicismo, mentre nel nuovo millennio sarebbe mutato nei vari populismi e sovranismi, dimostrando come le «ragioni per temere», contrariamente a quanto affermato, non fossero poche.
D’altra parte, però, Herling percepiva come qualcosa di profondo stesse avvenendo, come nella bella pagina Il mondo di ieri cancellato dalla pulizia etnica, un requiemper il «mondo di ieri» – espressione presa a prestito da Stefan Zweig – a partire dal commento al libro di Enzo Bettiza, Esilio (1999). Herling fa propria la nostalgia di Bettiza per il mondo di coabitazione mitteleuropeo dove «un cittadino dell’impero poteva agire e comportarsi in società in maniera affatto naturale, da perfetto homo austriacuse contemporaneamente sentirsi sloveno, boemo, polacco, ebreo, croato o italiano» (p. 312). Quel mondo però era stato ucciso proprio da quei nazionalismi, che erano ben lontani dall’essere «sfoghi occasionali».
Infine, Herling si richiama all’intransigenza e all’insofferenza verso ogni forma di compromesso propria dei dissidenti, un atteggiamento che aveva ragione di essere nel mondo della guerra fredda, come nel caso di Solženicyn e del suo discorso di rifiuto della menzogna. Ma una cosa è il rifiuto della menzogna, altra cosa è il rigetto della trattativa e del negoziato, come trapela nell’articolo Gli incrollabili profeti della trattativa. Il compromesso è l’arte (e la scienza) della politica e della diplomazia, la capacità di guardare oltre i conflitti, di fare sintesi, di cercare alternative che non siano ripetizioni della storia passata; una capacità di cui oggi ci sarebbe tanto bisogno in questa età della forza, perché l’insofferenza verso il dialogo e verso la fatica che comporta ogni trattativa sembrano portare il mondo a sbattere contro un muro, per giunta nucleare.
Tale deriva però non era ancora intuibile negli anni Novanta quando Herling scriveva i suoi articoli. Ritengo che per gli studiosi di storia sia oggi doveroso accostarsi a quegli anni per tentare di comprendere il passaggio decisivo che stiamo attraversando, come una seconda Sattelzeit, età-sella o età-cerniera di cui ha scritto Reinhard Koselleck, soglia epocale tra età diverse, in cui cambiano le mappe concettuali, geopolitiche, economiche e culturali del mondo. È ormai passato un tempo sufficiente per farlo. E La cerniera di Europa ci stimola a ragionare su quanto il tempo che viviamo non sia un’epoca di cambiamento, ma un cambiamento d’epoca. Anche per l’Europa.
Riferimenti
- Zbigniew Wojnowski, The Near Abroad. Socialist Eastern Europe and Soviet Patriotism in Ukraine, 1956-1985, University of Toronto Press, Toronto-Buffalo-London 2017.
- Valentyn Moroz, Sered snihiv. Esaj[Tra le nevi. Saggio], Komitet oborony i dopomohy Ukr. polityčnym vjaznjzm, Sidney 1971.
- Massimiliano Signifredi, Giovanni Paolo II e la fine del comunismo. La transizione in Polonia (1978-1989), Guerini e Associati, Milano 2013.
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Di Simona Merlo leggi: Ucraina, alla frontiera. Tornare alla storia per cogliere la complessità della vicenda ucraina, 11 luglio 2022









