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Stefano Leone
16 Giugno 2025
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Serhii Plokhy e la difesa della verità

Ritornare alla Storia durante il ritorno della Storia

di Stefano Leone

Nei tempi antichi Eschilo pronunciò una frase la cui eco ha risuonato forte nel secolo passato ed è tornata prepotente nel nostro: in ogni guerra la prima vittima è sempre la verità. La guerra viene accompagnata dalla manipolazione della storia e da una propaganda mirata e sfaccettata che viene usata come arma sul fronte ideologico. Se però anche le verità sono tante, vittima dei giorni nostri è spesso la verità storica. La storia viene riscritta, cambiata e manipolata a proprio piacimento. Tiranni e dittatori diventano eroi e più passa il tempo più è facile riconquistare le menti dei nostalgici e infiltrarsi in quelle delle nuove generazioni. A Melitopol’, città ucraina occupata nell’oblast di Zaporižžja, è stato recentemente inaugurato il busto di chi quella regione l’ha sfruttata fino a causare la grande carestia – Josip Stalin.

Risulta dunque fondamentale – nel momento in cui la Storia ritorna – ritornare alla Storia, alle fonti, alle analisi e al pensiero critico. Farlo in presa diretta, mentre gli avvenimenti ci scorrono davanti agli occhi, non è sempre semplice. Eppure, Serhii Plokhy ci ha lasciato un lavoro magistrale che cerca di proteggere la verità storica di quello che accade sui territori ucraini. La sua opera, però, rappresenta soltanto l’inizio nel processo di scoperta della storia di un Paese che per tanto tempo è stato ignorato e lasciato a sé stesso. La traduzione italiana di “The Russian-Ukrainian War” è uscita per Mondadori nel 2023 con il titolo “Il ritorno della storia. Il conflitto russo-ucraino”.

Dalla scheda dell’editore

“Il 24 febbraio 2022 Vladimir Putin sconvolgeva la comunità internazionale lanciando la sua “operazione militare speciale” contro l’Ucraina. L’offensiva su vasta scala, che sarebbe dovuta durare poche settimane, si è subito trasformata nel più grande conflitto scoppiato nel cuore dell’Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale.

In realtà, osserva lo storico Serhii Plokhy, questa guerra è cominciata molto tempo prima, nel febbraio 2014, con l’invasione russa della Crimea, che è proseguita con una guerra non dichiarata e da molti deliberatamente ignorata, fatta di bombardamenti e scontri a fuoco nella regione ucraina del Donbas.

Con uno sguardo attento ai dettagli sul campo – dalle stanze del potere alle trincee -, Plokhy esamina il conflitto in corso e dimostra come le sue radici affondino nella storia del crollo imperiale. Per molti aspetti, infatti, quella in atto è una guerra di vecchio stile, condotta dalle élite russe, che si considerano eredi e continuatrici delle tradizioni espansionistiche da grande potenza dell’Impero russo e dell’Unione Sovietica. Una guerra che, malgrado le sue radici, viene combattuta in un nuovo panorama internazionale definito dalla proliferazione delle armi nucleari, dalla frantumazione dell’ordine mondiale determinatasi con la fine della Guerra fredda, e da un ritorno senza precedenti del nazionalismo populista.

È l’inizio di una nuova, e ancora indeterminata, epoca. Se la caduta del Muro di Berlino aveva generato l’illusione della “fine della Storia”, vale a dire la fine delle guerre novecentesche, delle annessioni territoriali e delle invasioni non provocate, il conflitto russo-ucraino ha visto la Storia riprendersi la scena, con il suo carico di orrori e violenze, ma soprattutto con le sue ineludibili domande: si deve sottostare alla legge del più forte per paura di un conflitto generalizzato? Qual è il prezzo che si è disposti a pagare per difendere la propria libertà? Ci sono ancora valori e diritti per i quali ha senso combattere? Non solo l’esito dell’attuale conflitto, ma anche la storia dei prossimi decenni dipenderà dalle risposte che sapremo trovare”.

Spiegare il senso di quello a cui Putin ha dato inizio – o quello che ha proseguito su scala molto più vasta – il 24 febbraio 2022 è un’impresa ardua che necessita di studi interdisciplinari. Eppure, in un copione che sembra ripetersi “alle Tage”, tutti i giorni – come dice la poetessa Ingeborg Bachmann – la ricerca del senso di quello che per sua natura sembrerebbe inspiegabile segue regolarmente un iniziale periodo di smarrimento.

Andrei Kurkov, pluritradotto scrittore ucraino, mette su carta i suoi pensieri e le sue sensazioni lasciandoci una viva testimonianza di quei giorni d’inferno seguiti all’invasione russa. Una pratica non nuova, perché Kurkov aveva deciso anche di trascrivere sotto forma di diario gli eventi del 2014 e la rivoluzione del Maidan, intuendo forse che, dieci anni dopo, proprio quelli eventi sarebbero stati una chiave di lettura fondamentale per comprendere la posta in gioco in Ucraina. Nel suo “Diario di un’invasione” Kurkov parla della sensazione di vuoto seguita al 24 febbraio:

“Il 24 febbraio 2022 scrissi a malapena qualcosa. Svegliato dai rumori delle esplosioni dei razzi russi rimasi circa un’ora in piedi davanti alla finestra del mio appartamento a Kyiv e osservavo le strade vuote di sotto nella consapevolezza che era scoppiata la guerra, ma ancora incapace di accettare questa nuova realtà. Non scrissi nulla neanche nei giorni successivi.”

 

Il periodo di smarrimento accomuna tutte le guerre e tutti i conflitti, anche quando i segnali del loro imminente arrivo sono inequivocabili. Se facciamo un piccolo viaggio indietro al primo conflitto moderno su vasta scala, vediamo come molti descrivono l’estate del ’14 come una delle più belle mai esistite. L’austriaco Stefan Zweig scrive nel suo capolavoro “Il mondo di ieri”:

“Anche senza la catastrofe che essa scatenò sull’Europa, quell’estate del 1914 sarebbe comunque rimasta indimenticabile. Raramente infatti ne ho vissute altre che fossero più rigogliose o radiose.”

Nel 1914 nessuno pensava alla guerra e il viavai estivo e pacifico ricorda quello invernale di Kyiv nei mesi precedenti l’aggressione:

“I bar e i ristoranti sono pieni. I fattorini sfrecciano con pizze e sushi su biciclette, moto e scooter elettrici lungo le strade e qualcuno di loro se ne va in giro addirittura a piedi.”

Kurkov, nel tentativo di spiegare il fenomeno, parla della “credulità geopolitica” come di una circostanza infelice del popolo ucraino. Eppure, si potrebbe pensare che sia una circostanza universale e onnipresente. Anche Zweig parla ripetutamente della bolla di sicurezza costruita in Europa tra la fine del Diciannovesimo e l’inizio del Ventesimo secolo, mentre Christopher Clark definisce gli attori che nel 1914 hanno reso possibile la guerra dei sonnambuli.

Gli avvertimenti antecedenti al 24 febbraio erano tanti, eppure quella mattina quasi tutti si svegliati sorpresi con una sola domanda in testa: “Come è potuto succedere tutto questo?”. Ed è questa anche la domanda centrale dell’opera di Plokhy. Per rispondere l’autore ha cercato di “individuare i segnali di un imminente conflitto russo-ucraino, che non aveva[mo] saputo riconoscere al momento della loro manifestazione.”

Ne “Il ritorno della storia” lo storico sceglie l’approccio longue durée, la cui base teorica si poggia sulla convinzione che la guerra non sia iniziata il 22 o il 24 febbraio 2022, ma otto anni prima, nel 2014 – a partire dall’occupazione russa della Crimea.

Plokhy va alla ricerca delle radici del conflitto tentando di spiegare quello che i nuovi sonnambuli, cent’anni dopo lo scoppio della Grande guerra, avevano ignorato. L’autore pur prediligendo la visione storica, arricchisce il suo studio con elementi politici, sociologici e culturali. L’analisi di Plokhy cerca di penetrare all’interno delle ideologie e delle idee alla base dell’aggressione definendo quella che è la caratteristica principale del processo storico russo: il compattamento delle terre, la “trionfale riunificazione delle terre rus’iane in un unico stato, vale a dire nella Russia una e indivisibile.”

L’analisi storica dei fatti antecedenti l’aggressione permette di comprendere che “Putin, i suoi collaboratori e la sua ‘operazione militare speciale’ erano rimasti vittime della distorta visione della Storia del presidente russo e della sua assoluta incapacità di comprendere la società ucraina e le sue fondamenta democratiche.”

L’Ucraina viene percepita da Plokhy come “porta d’Europa” e secondo l’autore “la nazione ucraina uscirà da questa guerra più unita e consapevole della propria identità di quanto non lo sia mai stata in qualsiasi momento della sua storia moderna.”


Serhii Plokhy (Serhii Plokhii), fonte

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