Dovbush. Il guerriero della Montagna Nera
di Paolo Morawski
Immagine di copertina, fonte
“Esprimiamo la nostra profonda gratitudine ai nostri colleghi polacchi per il loro prezioso contributo alla realizzazione di questo film e al fraterno popolo polacco per il loro sostegno all’Ucraina”.
Con questo non usuale cartello comincia il film Dovbush. Il guerriero, diretto dal regista ucraino Oles Sanin (anche attore, direttore della fotografia, produttore, musicista e scultore). Film distribuito dal 2023 in Ucraina da Distribution Kinomania e in Italia da Minerva Pictures. Disponibile anche su piattaforma, vedi qui.
Genere: azione, avventura, drammatico, storico.
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- Guarda l’intero film in italiano (durata 2:03:44).
Il film inizia con alcune informazioni di contesto:
“1733 muore il re della Polonia. Francia Spagna Austria e Russia cercano di impadronirsi del trono polacco. Inizia una guerra brutale e sanguinosa. Il destino della Polonia viene deciso nei pressi di Danzica. L’esercito russo circonda le truppe del Hetman Potocki. Per uscire dall’assedio è necessario distruggere i cannoni russi. Potocki invia i migliori ussari e le reclute più disperate dei Carpazi”.
Poi la scritta:
“Forte dei cannoni di Hagelsberg”.
L’azione, dunque, comincia nell’aprile 1734 in piena guerra per la successione al trono polacco. Il 1° febbraio 1733 è morto a Varsavia Augusto II (August II Mocny, “il Forte”), elettore di Sassonia e re di Polonia. La sua morte innesca la Guerra di successione polacca (1733-1738). Nel vuoto di potere si contrappongono due pretendenti sostenuti da due opposti schieramenti polacchi ed europei. Il fatto che la monarchia polacca sia elettiva non solo indebolisce il paese ma permette ad altre potenze di intromettersi negli affari interni della Polonia. Da una parte c’è Augusto, principe elettore di Sassonia e figlio di Augusto II, appoggiato da Russia, Austria, ovviamente Sassonia, e da una minoranza di elettori polacchi. Dall’altra, si candida Stanisław Leszczyński, sostenuto da Francia, Spagna, Ducato di Savoia, Baviera, nonché da una maggioranza della nobiltà (szlachta) polacca.
Stanislao Leszczyński, già re di Polonia (1704-1709), poi in esilio in Francia (era suocero del re di Francia Luigi XV Borbone), nel 1933 rientra in Polonia, dove conta molti sostenitori. L’aiuto della Prussia gli consente il passaggio sicuro attraverso le terre tedesche. A Varsavia riesce a farsi eleggere in settembre re di Polonia con un’ampia maggioranza, nonostante i magnati polacchi più ricchi e influenti sostengano Augusto. Immediato è l’intervento militare della Russia, contraria all’incoronazione di Stanislao e rafforzata dall’ostilità di quella parte della nobiltà polacca che lo osteggia. Un tentativo di difendere Varsavia è compiuto dall’etmano Józef Potocki e dalle sue forze arrivate dall’Ucraina occidentale, ma la sua azione è assai debole perché temendo la sconfitta e la perdita del suo esercito, principale fonte del suo potere, non vuole correre rischi. Così l’occasione di fermare almeno temporaneamente i russi sulla linea della Vistola viene sprecata. Il 5 ottobre, mentre i contingenti russi alle porte della capitale eleggono re di Polonia Augusto III, Stanislao è costretto a fuggire a Danzica, dove organizza il suo quartiere generale in attesa dell’aiuto della Francia.
Nel febbraio 1734, presa Cracovia e Toruń, i soldati russi assediano Danzica. Ma il numero degli assediati, tra i quali molti volontari svedesi, supera le forze degli assedianti. Il 9 marzo le truppe russe riescono a catturare i sobborghi cittadini, eppure la città resiste. Il 18 aprile viene bombardata a cannonate. Resiste. Negli ultimi giorni di aprile i russi, raggiunti nel frattempo dalle truppe e dall’artiglieria sassone, decidono di attaccare la fortezza di Hagelsberg. L’esercito polacco costringe i russi alla ritirata, infliggendo loro pesanti perdite: circa 2.000 morti e feriti. Il fallimento dell’assalto russo è solo un temporaneo arresto. I modesti rinforzi francesi per Stanislao arrivati via mare sono subito sopraffatti dagli assedianti. Il 30 giugno 1734, dopo oltre 130 giorni di resistenza, Danzica capitola, i difensori sono costretti alla resa incondizionata. Il 7 luglio l’esercito russo-sassone prende possesso della città.
Prima della capitolazione gli assediati chiedono aiuto al reggente della corona Józef Potocki e alle sue truppe, ma senza alcun risultato. Secondo alcune fonti, dopo la debole difesa di Varsavia il piccolo esercito di Potocki vorrebbe marciare verso nord-ovest, verso il Baltico, la Pomerania e Danzica con l’obiettivo di unirsi ai sostenitori rimasti di Leszczyński, i quali però sono già stati dispersi dai russi. Parte delle truppe di Potocki deve peraltro rimanere in Ucraina per il timore che i russi possano fomentare una rivolta contadina o cosacca anti-polacca. Un secondo fronte avrebbe ulteriormente complicato la situazione.
Stanislao nel frattempo fugge rocambolescamente da Danzica (travestito da contadino). Approda a Königsberg, capitale prussiana, dove il re Federico Guglielmo I rifiuta di consegnarlo come richiesto dai russi. Poi Stanislao ripara in Francia. A quel punto la maggior parte dei magnati polacchi si schiera dalla parte di Augusto III “il Sassone”, “il Corpulento” per la sua imponente stazza fisica (August III Sas, August III Gruby), che viene incoronato re di Polonia e Granduca di Lituania il 17 gennaio 1734. L’incoronazione è riconosciuta dalla Francia nell’ottobre 1735. Il 26 gennaio 1736 Stanisław Leszczyński abdica. A porre fine alla guerra civile polacca è il Sejm (la Dieta) di pacificazione nel 1736 che avvalora in via definitiva l’elezione di Augusto III. In ultimo la pace di Vienna (1738), conferma Augusto III come re di Polonia.
Con la guerra di successione la Repubblica polacco-lituana perde autonomia sulla scena internazionale. La sua sovranità ne risulta limitata – in maniera permanente si scoprirà poi. Il conflitto dimostra che sono le potenze confinanti (Russia, Austria) a decidere e imporre chi deve occupare il trono polacco – prefigurazione della successiva marginalizzazione del Paese, culminata nelle spartizioni di fine ‘700. L’intervento russo, i cui eserciti attraversano tutta la Polonia, è un duro colpo per la società nobiliare. Alla distruzione del Paese si somma la costatazione che la Polonia non è in grado di difendersi, il che significa che non è una potenza militare. Inoltre, già allora aumenta l’influenza della Russia negli affari interni della Repubblica. Varsavia diventa un protettorato di Mosca.
Fin qui i fatti storici, importanti dal punto di vista della storia polacca, ma che al film non interessano più di tanto e ai quali gli sceneggiatori non sono per forza fedeli.
Per fare un esempio nel film Józef Potocki, dal punto di vista ucraino, incarna semplicemente il potere. Nella memoria polacca la famiglia Potocki per un verso è considerata una grande famiglia aristocratica, fortemente intrecciata con la storia delle terre di confine orientali della Polonia settecentesca (attuale Ucraina occidentale). Famiglia celebre per i numerosi statisti, capi militari e protagonisti culturali. Per un altro verso di Józef Potocki alcune fonti restituiscono un ritratto negativo: scarsa disciplina militare dei suoi soldati e del suo seguito cosacco, scontri sanguinosi, nella sua giurisdizione piccola nobiltà, contadini ed ebrei terrorizzati, violenze contro le città (Leopoli). La sua stessa vita pare assai poco virtuosa. Nel febbraio 1735 con le sue migliori truppe egli passa dalla parte sassone dando un duro colpo ai partigiani del re deposto, la cui resistenza armata inizia a crollare e con essa le speranze di far rispettare l’elezione di Augusto III, cioè la libertà stessa di elezione.

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Nel film non manca un personaggio femminile “cattivo”, la principessa polacca Teofila Jabłonowska (che si autodefinisce “principessa ereditaria della corona” e che poi diventerà sovrana delle terre galiziane). Il personaggio cinematografico prende le mosse da Teofilia nata Sieniawska (1677-1754), vedova di Aleksander Jan Jabłonowski (1671-1723), grande alfiere della corona dal 1693 al 1723. (Il gran alfiere della corona era colui che portava lo stendardo del regno accanto al re durante le cerimonie di corte più importanti, come incoronazioni, funerali, omaggi prussiani e curlandesi. Di solito stava alla destra del monarca). Jabłonowska è donna con pochi scrupoli, vedova molto ambiziosa, avversa a Potocki (spera in una sua caduta, lo vuole rovesciare). Ha però bisogno di un esercito, l’esercito di Potocki, per domare i ruteni “selvaggi e ribelli” che al suo dire invadono la sua terra. Alla principessa, il “nemico” (russo) prospetta appoggio, oro e addirittura la possibilità di diventare regina di Polonia. Lo scambio ventilato è palesato: a lei la corona polacca, alla zarina (Anna Ivanovna Romanova) le terre ucraine occidentali (ma tali terre prima vanno domate, messe sotto controllo, l’ordine va ristabilito e i sudditi resi timorosi e obbedienti). Jabłonowska è una sintesi di vari personaggi storici ed è pure simbolo collettivo dei nobili e dei comandanti nobiliari di vario rango che, per i propri interessi, spesso intrattenevano rapporti segreti con l’altra parte in conflitto.

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Poco importa se il film alla Storia è infedele. La Storia è sfondo, materia narrativa a cui attingere liberamente. Altri sono gli scopi dell’opera sullo schermo, a cominciare da quelli artistici.
Dopo le scene iniziali intorno a Danzica, l’intera vicenda è ambientata dall’altra parte della Polonia-Lituania, nei Carpazi.
La finzione si mischia con le realtà del passato. Un’attiva zona di attività dei sostenitori del Re esiliato era, appunto, la Podolia, regione oggi ucraina, allora parte del Commonwealth polacco-lituano. In Podolia, facendo leva sulle fortezze di Kamieniec Podolski (oggi Kam’janec’-Podil’s’kyj) sul fiume Smotryč e di Okopy Świętej Trójcy sul Dnestr, i polacchi speravano ancora in un ritorno vittorioso di Stanislao Leszczyński e opponevano resistenza alla Russia in attesa dell’aiuto turco. Contavano sull’entrata in guerra della Turchia e credevano che il sultano avrebbe permesso la formazione di eserciti polacchi in Moldavia.
Oleksa Dovbush (1700-1745) è esistito veramente, Fu il più famoso dei capi opryshky dei Carpazi, un brigante che imperversò con la sua banda negli anni 1739-1745 nella regione di Pocuzia, nei pressi di Mikuliczyn. La Pocuzia, dopo essere stata contesa con la Moldavia, dal XVI secolo al XVIII secolo appartenne alla Corona polacca. Il nascondiglio principale della banda di Dovbush si trovava nel massiccio di Čornohora (letteralmente: Montagna nera). Era dalla più alta catena montuosa dei Carpazi Orientali Esterni, nella parte occidentale dell’Ucraina, che i briganti scendevano nelle valli per saccheggiare manieri nobiliari, tenute, villaggi e cittadine. Non esitavano a compiere audaci assalti ai mercati. Durante le rapine spesso torturavano le loro vittime per costringerle a rivelare ove fossero nascosti i tesori. Compivano omicidi e stupri. Dobosz, tanto spericolato quanto astuto, per anni riuscì a sfuggire a tutte le imboscate e gli inseguimenti.
A dare la caccia per diversi anni a Dovbush e ai ribelli opryshok, con spedizioni militari polacche composte anche da 2.000 uomini, fu Józef Potocki, già voivoda di Kiev, poi hetman della corona dal 1735. Alla fine (1745) Dovbush fu tradito da un suo compagno opryshok.
Posizione della Pocuzia (in rosso) nell’Ucraina (in grigio). Punti verdi: confini polacchi nel Medioevo, fonte
Tra i cammei c’è il rabbino e mistico polacco Israel ben Eliezer (Yiśrā’ēl ben Ĕlī‛ezer), noto come il Baʻal Shem Tov (Ba’al Shēm Ṭōv, “Maestro del Buon Nome”) che in quegli anni predicava nell’area dei Carpazi. La presenza del grande saggio ebreo, fondatore del chassidismo – movimento di rinnovamento spirituale dell’ebraismo ortodosso sorto nella Podolia del XVIII secolo – aggiunge intonazioni filosofiche e mistiche al film, per la prima volta nel cinema mondiale è stato notato. Tra il bandito-eroe e il saggio-mistico c’è un legame che forse va al di là dell’amicizia. Come per dire che oltre alla forza fisica esiste un potere superiore, quello dello spirito.
Il film ha richiesto approfondite ricerche storiche (per un assaggio), anche solo per i costumi. Tuttavia per il regista il contesto storico è, come già detto, solo la tela del dipinto, una fonte d’ispirazione. Anche perché, va detto, col passare dei secoli tra racconti popolari, leggende e interpretazioni artistiche sono emerse versioni assai diverse della storia di Dovbush. E oggi la visione creativa di questa versione cinematografica ha fuso i materiali con sensibilità contemporanea intersecando e sovrapponendo idealmente le lotte e rivolte settecentesche alle piazze piene dell’Euromaidan, alla resistenza della popolazione civile bombardata da missili e droni, ai combattimenti dei soldati al fronte nell’odierna guerra dell’Ucraina che si difende dalla Russia. Vedi di Oles Sanin.
“Questo film non è un documentario. Non è un classico film biografico. Il mio film è una storia leggendaria. È la mia interpretazione della storia che avrebbe potuto verificarsi”, ha spiegato il regista. Il suo, possiamo dire, è stato un tentativo di mettere a fuoco il punto di vista ucraino, “dal basso”.
Vera protagonista del film è, dunque, la leggenda di Oleksa Dovbush, brigante-eroe, sorta di Robin Hood che combatte i potenti (signori, nobili, proprietari terrieri, rentier, usurai, mercanti, ricchi ebrei) per donare al popolo. Il personaggio centrale del film è l’eroe delle canzoni e delle leggende ucraine che la narrazione orale ha radicato nell’immaginario popolare. Oleksa Dovbush è però stato più volte reinventato da letteratura, pittura, musica, da ballate e canzoni, è presente nel folclore, ed è finanche diventato due volte soggetto cinematografico: nel 1959 guarda qui e nel 2018 guarda qui). che i personaggi non abbiano grandi sfaccettature psicologiche poco importa. Dovbush vuole incarnare un simbolo, la lotta ucraina per la libertà: “difenderò la nostra terra, la nostra gente”, ripete. Un bandito generoso, un uomo che ama: intensa seppur iconica è sullo schermo la sua storia d’amore con Dzvinka.

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La trama del film viene così riassunta per invogliare lo spettatore:
“Carpazi, inizio del XVIII secolo. Il crudele dominio della nobiltà polacca costringe gli Hutsul a rifugiarsi tra le montagne. Due fratelli, Oleksa e Ivan Dovbush, diventano fuorilegge e si uniscono agli opryshok, i ribelli montanari. Mentre cercano vendetta contro i signori per l’uccisione dei loro genitori, i due fratelli si ritrovano su strade opposte: uno (Ivan) è spinto dal desiderio di ricchezza, l’altro (Oleksa) dalla sete di giustizia. Gli Hutsul, sotto la guida di Oleksa, si ribellano. La nobiltà farà di tutto per fermarlo, ma Oleksa è sempre un passo avanti. Così nasce la leggenda del cavaliere dei Carpazi, una storia che ispirerà generazioni di coloro che lottano per la libertà della propria terra. È una storia di forza, amore, tradimento e ingiustizia, che racconta come Oleksa Dovbush sia vissuto e come abbia sfidato la morte”.
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Gli Hutsul o Hutsuli sono un sottogruppo etnico degli ucraini che vive nelle Montagne dei Carpazi, nell’Ucraina occidentale. Abitanti degli altopiani, hanno vissuto per secoli in notevole isolamento sviluppando uno stile di vita “all’antica”, strettamente legato al territorio, cioè alle montagne, basato su agricoltura, allevamento e silvicoltura. Pur influenzati da diversi apporti, tra cui quelli ucrainei rumeni e polacchi, che si sono ibridati in maniera originale, a lungo gli Hutsuli hanno preservato, specie per trasmissione orale, tradizioni culturali uniche, tra cui abiti tradizionali molto particolari, musiche e danze.
Kołomyjka (1895), dipinto di Teodor Axentowicz, Museo nazionale di Varsavia, fonte
Altra sintesi della trama, più sinfonica:
“Tra le maestose montagne dei Carpazi nasce la leggenda di Dovbush, un uomo semplice che il destino trasforma in fuorilegge e simbolo di speranza per il suo popolo. In un’epoca segnata da ingiustizie, oppressione e lotte per la libertà, egli sceglie di ribellarsi, diventando il difensore dei deboli e il nemico dei tiranni. Questo film storico unisce epica e sentimento, mostrando il prezzo della libertà e il coraggio necessario per difendere la propria terra. È un film d’avventura intenso, dove paesaggi spettacolari e battaglie mozzafiato si fondono con una forte componente emotiva”.

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È il “crudele dominio della nobiltà polacca” a costringere gli Hutsul a rifugiarsi tra le montagne. In effetti numerose famiglie di magnati polacchi svolsero un ruolo importante nell’insediamento e nell’organizzazione economica delle terre rutene. Le più importanti furono le famiglie Koniecpolski, Potocki, Lubomirski, Jabłonowski, Czartoryski, Rzewuski, Branicky, Zamoyski, Sieniawski e dozzine di altre. La fiction, che attinge alla storia, si svolge nel segno della sopraffazione. Da una parte i colonizzatori polacchi, in posizione dominante, che esercitano ogni potere; dall’altra i contadini ucraini, vessati, quasi schiavizzati (a chi distruggerà i cannoni russi a Hagelsberg Potocki promette la “libertà”). Oppressi a dispetto del fatto che in molti fuggono dallo zar per cercare un’esistenza migliore proprio nelle “libertà polacche”. Il film è chiaramente dalla parte del popolo (ucraino). Di proposito è uscito nelle sale ucraine il 24 agosto 2023, giorno della Festa dell’Indipendenza dell’Ucraina. Prevista per maggio 2022, la prima era stata a lungo rimandata a causa dell’invasione russa dell’Ucraina cominciata il 24 febbraio 2022. Non stupisce il forte sentimento patriottico-nazionale del film cominciato a girare nel 2018. In piena guerra della Russia contro l’Ucraina si è trovato a promuovere l’identità ucraina attraverso una produzione su larga scala (enormi costi, fantastici costumi, splendidi scenari, fotografia di paesaggi montani mozzafiato). Nonostante la guerra, anzi proprio per le tensioni culturali e i drammi geopolitici del momento, il film ha ottenuto in Ucraina un notevole successo. È stato il maggior incasso al botteghino dell’anno 2023.
Ci sono tutti gli elementi perché la storia narrata sia letta in maniera sbagliata da molti odierni cittadini e spettatori polacchi, come l’ennesima vicenda di “ucraini contro polacchi”, come l’ennesimo ostacolo alla riconciliazione polacco-ucraina. Il regista Oles Sanin ha inteso invece simboleggiare la lotta per la libertà e la giustizia contro gli sfruttatori e gli oppressori (quali che siano, si sarebbe tentati di aggiungere). Ma a scanso di ogni possibile equivoco, per sottolineare a chiare lettere che il film, pur parlando di un passato difficile, non è nel presente anti-polacco, al contrario, è stato aggiunto il cartello iniziale, di cui si capisce meglio a questo punto il senso:
“Esprimiamo la nostra profonda gratitudine ai nostri colleghi polacchi per il loro prezioso contributo alla realizzazione di questo film e al fraterno popolo polacco per il loro sostegno all’Ucraina”.
Sul significato nazional-patriottico del film l’essenziale è racchiuso nell’ultimo cartello prima dei titoli di coda. Su sfondo nero, scritta bianca:
“La nostra lotta continua”.
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