In pochi anni (1943-1945) molte guerre e lotte sovrapposte
di Paolo Morawski
Immagine di copertina da Nasa Landsat Science. Your Name in Landsat, fonte
La bella festa del 25 aprile – divisiva quest’anno in maniera contorta – ripropone ogni anno alcune questioni non solo storiche.
Nell’analisi dell’estrema complessità degli eventi intercorsi tra il settembre 1943 e l’aprile 1945, Claudio Pavone per primo ha distinto almeno “tre guerre”. La guerra patriottico-nazionale degli italiani contro gli occupanti nazisti. La guerra civile tra italiani fascisti e italiani antifascisti. La guerra, ma forse è più esatto dire lotta tra operai e padroni, classe operaia e classe borghese. In più, sovrapposte alle guerre appena menzionate, ci furono le tensioni, le lotte tra resistenti, tra i diversi orientamenti e i diversi partiti aderenti al moto resistenziale.
L’obiettivo di tutti i combattenti antifascisti era comune: farla finita col regime di Benito Mussolini e con le sue guerre e alleanze, instaurare un altro regime politico in un contesto di pace. L’obiettivo prevalse, fu raggiunto, ma prima, durante e comunque poi ci si divise tra comunisti, azionisti, cristiani democratici, repubblicani, europeisti, monarchici, cattolici, liberali, eccetera. Tra partigiani “veri” e partigiani “dell’ultimo minuto” o “a Liberazione avvenuta”. Anche tra i fascisti ci furono tensioni e lotte tra opposte fazioni del Littorio, alla fine tra repubblichini della Repubblica Sociale Italiana detta anche di Salò (le cui forze militari contavano nell’aprile 1945 attorno ai 130 mila uomini) e i fascisti che capivano che la partita era persa. Per la popolazione ci fu anzitutto la paura, la guerra per la sopravvivenza, i cento modi per combattere la fame che quotidianamente attanagliava intere comunità. Infine c’era la massa di italiani che si tenevano in disparte, che non ne volevano sapere di guerre e lotte politiche: chi scappava in montagna, chi si chiudeva in casa, chi teneva il profilo più basso possibile, chi faceva finta di niente, di non sentire o vedere, di non esserci in attesa che passi la “nottata”, chi aspettava di capire a quale vento affidarsi.
Ad ogni scoccare del 25 aprile, in quanto polacco divenuto italiano, soffro un pochino, perché di anno in anno a ogni commemorazione il dibattito, anche se non sembra così, diventa sempre più italo-italiano, autoreferenziale. Di anno in anno registro che un’ulteriore e fondamentale guerra lentamente passa in secondo se non in terzo piano. Mi riferisco alla complessa operazione militare condotta principalmente dagli Alleati anglo-americani per consentire la liberazione dell’Italia dal nazifascismo (1943-1945). Ovviamente non si tratta di negare il o di contrapporsi al contributo delle formazioni partigiane italiane (che partendo da Genova liberarono le città del Nord prima dell’arrivo delle truppe anglo-americane). O sminuire l’impegno, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, del regolare Esercito cobelligerante Italiano che combatté a fianco degli Alleati. Ma quella complessa operazione militare iniziata con lo sbarco in Sicilia (luglio 1943) che si protrasse fino alla resa tedesca in Italia (aprile 1945) vide – andrebbe serenamente ricordato ogni volta – la partecipazione attiva di centinaia di migliaia di soldati stranieri: forze statunitensi, forze provenienti dal Regno Unito e dal Commonwealth britannico, militari delle colonie e dei dominions (inglesi, canadesi, neozelandesi, maori, sudafricani, indiani, nepalesi, australiani). Quindi, contingenti francesi (unità della Francia Libera con truppe coloniali marocchine, algerine, tunisine, senegalesi). Inoltre, soldati polacchi, e pure brasiliani, greci, per tacere di cecoslovacchi, belgi, olandesi e dei volontari provenienti dalla Palestina mandataria sotto comando britannico (la Brigata Ebraica, che combatté sul fronte della Linea Gotica). Tutto quel contributo di lotta, sudore, sangue non va mai sottovalutato né taciuto. Esso è parte integrante, fondante della Liberazione. È dato storico.
Al culmine della Campagna d’Italia, nell’aprile del 1945, la forza multinazionale alleata contava complessivamente oltre 1 milione 330 mila uomini, di cui oltre 630 mila dell’VIII Armata britannica e oltre 265 mila della V Armata statunitense. Circa 379 mila soldati italiani vennero inquadrati in diverse unità dell’Esercito Cobelligerante Italiano e nei servizi logistici al servizio degli Alleati. A queste truppe regolari si affiancarono circa 340 mila partigiani attivi durante l’insurrezione generale dell’aprile 1945.
Nel corso dell’intera campagna d’Italia le forze alleate subirono circa 320.000 perdite (circa 60-70 mila morti, più feriti e dispersi). Nella Penisola ci sono oltre 40 cimiteri di guerra e sacrari alleati a ricordarlo.
Agli alleati caduti sul suolo italiano vanno aggiunti i circa 45 mila partigiani caduti in combattimento o giustiziati; e circa 10-15 mila civili vittime di stragi, rappresaglie, ritorsioni legate alla Resistenza. Le truppe regolari del Regno del Sud ebbero, dal canto loro, tra i 2 mila e i 10 mila caduti, a seconda che si includano anche le perdite dopo l’armistizio subite dai reparti non inquadrati direttamente nel CIL (Corpo Italiano di Liberazione).
Sommando le vittime alleate e italiane il costo umano della Liberazione giunge a un totale di oltre 100 mila caduti accertati, oltre 230 mila feriti e oltre 30 mila dispersi.
Un discorso a parte riguarda le vittime civili dei bombardamenti (circa 64 mila).
Non è tutto. Va onorato anche il prezzo pagato dai circa 650.000 soldati italiani che rifiutarono di aderire alla Repubblica Sociale Italiana dopo l’8 settembre 1943 ed ebbero il coraggio di dire No anche al III Reich. Chi rifiutò di schierarsi con i tedeschi fu internato nei lager nazisti, non come prigioniero di guerra, ma con lo status senza precedenti di IMI-Internati militari italiani, in violazione di tutte le convenzioni internazionali. Si stima che oltre 50 mila di questi “patrioti” morirono a causa di stenti e lavori forzati, con ulteriori 10 mila decessi post-ritorno. Non accettando di unirsi all’esercito tedesco e di mettersi agli ordini delle SS, poi di aderire alla Repubblica di Salò e combattere a fianco dei fascisti, questi militari non solo pagarono un prezzo personale altissimo, ma al termine della guerra subirono una sorta di oscuramento della loro resistenza, travagliata ed eroica, che solo di recente viene degnamente riconosciuta.
Negli ultimi anni, pare di capire, a fianco della Grande Storia gli studiosi tendono a privilegiare le “piccole storie”, la storia “dal basso”, che proprio perché così ricca e radicata sul territorio rende più significativa la Resistenza, come esperienza di chi decide di opporsi allo status quo e di prendere in mano il proprio destino. Tra i temi della guerra partigiana, inevitabilmente sanguinosa e divisiva, che oggi attraggono nuova attenzione c’è quello della violenza e quello del ruolo delle donne (la “staffetta partigiana” è termine che non ha equivalente maschile).
Guarda per esempio un dibattito recente.
Fatte tali premesse – un ripasso in piena regola – da italiano d’origine polacca penso che a ogni anniversario della Liberazione vada rinnovata la riflessione sul fatto che gli italiani si sono liberati e hanno liberato la Penisola insieme ad altri europei, mediterranei, africani, americani, asiatici, polinesiani. Tutte le narrazioni ristrettamente “nazionali” hanno il fiato corto e sono dannose oltre che false. La Liberazione va raccontata come fu, nel contesto nel quale si svolse, nella sua realtà e autenticità.
Senza per questo negare gli aspetti controversi, i momenti di frizione e di oggettiva difficoltà tra Alleati e italiani. Ci furono episodi violenti, purtroppo qualche crimine di guerra alleato. Ci furono crisi, come quella del novembre 1944 quando il proclama del generale americano Harold Alexander cercò di fermare l’insurrezione degli italiani temendo che essi costituissero un movimento armato troppo autonomo e molto forte, tale da sfuggire al controllo degli Alleati. La sua idea era quella di integrare militarmente il movimento partigiano senza concedergli troppo potere politico. Ciò nonostante il Comitato di Liberazione Nazionale riuscì comunque a contribuire alla Liberazione, e con ciò a preservare il ruolo politico dell’Italia, quindi a dare legittimazione politica alla Resistenza nel contesto dell’Europa del 1945.
Durante la guerra in campo alleato si sviluppò un’accesa competizione tra i diversi protagonisti. Se non mancarono divergenze tra Londra e Washington su come rapportarsi alla Resistenza italiana, gli anglo-americani la intesero principalmente come un supporto per il sabotaggio dietro le linee tedesche, piuttosto che come un esercito autonomo di liberazione. Costante fu la preoccupazione non solo britannica che potesse scoppiare una situazione rivoluzionaria al momento della liberazione. Tuttavia a prevalere nell’elaborazione delle linee di condotta degli Alleati furono sempre i militari e non mancarono gli accordi segreti anche con le formazioni di sinistra.
Certamente l’Italia a fine guerra venne trattata indiscutibilmente meglio rispetto alla Germania e al Giappone; e non solo per l’importanza strategica della Penisola nello scenario della guerra fredda dopo la rottura tra USA e URSS.
Si parla molto di “ridare senso al 25 aprile”. Per quanto mi riguarda ciò che conta è che la memoria pubblica di quel felice 25 aprile italiano non azzeri mai la coralità dell’atto liberatorio della Penisola. Furono in molti a combattere, in molti a morire sul suolo italiano: italiani, americani, europei, mediterranei, africani, asiatici. Da questo punto di vista, se il 25 aprile è la festa del ricordo della liberazione dell’Italia dal nazifascismo, se è la celebrazione della Liberazione come fu (e non come vorremmo fosse stata), ben vengano le bandiere di tutti coloro che combatterono nel 1943-1945 per quella Liberazione: italiani, americani, inglesi, canadesi, neozelandesi, polacchi, maori, combattenti della Brigata ebraica e altri.
Ma – obietterà chi è sensibile al presente, chi intreccia storia e politica – si può prescindere da quello che quelle bandiere esprimono oggi?
D’altra parte ci si può impedire di rimanere in ascolto di quanto accade nel mondo ora? Si può ignorare la pressione del nostro tempo? Si può evitare di chiedersi che cosa significhi resistere oggi – chi resiste oggi a chi?










