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Carmela Giglio
13 Marzo 2026
AppuntiOggi
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Cartolina da Ankara – equilibrismi tra le fiamme

La guerra infuria sulla fragile impalcatura che regge l’intero Medio Oriente

di Carmela Giglio

“Sultano” è l’appellativo che gli è stato cucito addosso. Come una guaina capace di contenere la sua politica spregiudicata, la smisurata ambizione, le mire egemoniche. Eppure, di fronte all’incendio appiccato dalla guerra in Iran, il Presidente Recep Tayyip Erdoğan si è calato nei panni del pompiere. Strenuamente impegnato a contenere le fiamme che minacciano di propagarsi ben oltre i confini del Medio Oriente, si barcamena in un sempre più rocambolesco equilibrismo tra la difesa della sovranità nazionale e il rischio che Ankara possa finire invischiata in un conflitto dalle conseguenze imprevedibili. Tutto questo mentre la Turchia è già diventata un bersaglio: i due missili balistici lanciati dall’Iran e intercettati dalle difese della Nato nel sud del Paese sono risuonati come un fragoroso alert. Che neppure la pacata reazione di Ankara è bastata ad attutire.

“Il nostro obiettivo principale è restare fuori da questo incendio”, sono le parole d’ordine che Erdoğan ha impartito ai suoi ministri. Un messaggio che in questi giorni sta rimbalzando frenetico sui media. Le voci fuori dal coro, come al solito, vengono stroncate sul nascere: solo nei primi giorni del conflitto sono stati oscurati una quarantina di account sui social media, rei di diffondere “disinformazione e allarme” nella società turca.

“Non siamo un Paese che si lascia provocare facilmente”, è il serafico commento del ministro Hakan Fidan,  infaticabile tessitore della politica estera turca, che ha esortato “gli amici iraniani” a non mettere troppo alla prova la pazienza di Ankara.

Invece Erdoğan si è spinto oltre. Nell’accogliere nel palazzo presidenziale gli ambasciatori invitati per l’Iftar, la cena rituale che interrompe il digiuno durante il mese sacro del Ramadan, il presidente li ha apostrofati con nettezza: “Non accetteremo che la geografia del Medio Oriente venga messa sul tavolo operatorio, come un secolo fa”. Come dire: “giù le mani dai nostri affari, l’era dello strapotere delle ex potenze coloniali è finita per sempre”.

Eppure, dietro lo schermo di una apparente imperturbabilità, il governo di Erdoğan è in fibrillazione.

L’Iran oggi può essere a buona ragione considerato il “migliore nemico” della Turchia. La rivalità tra i due ex imperi ha certamente plasmato la storia della regione, ma oggi Ankara ha bisogno di un Iran stabile, garante di una continuità territoriale, politica, diplomatica. Il collasso della Repubblica islamica farebbe crollare come un castello di carte la fragile impalcatura che oggi regge l’intero Medio Oriente. Riproponendo scenari simili a quelli che hanno già sconvolto Iraq e Siria, creando un vuoto di potere che accenderebbe la miccia di nuove rivendicazioni autonomiste nelle aree curde lungo quel poroso confine di 500 km che divide l’Iran dalla Turchia.

Anche l’ipotesi, accarezzata e poi smentita dal presidente USA Donald Trump, ma avallata sottobanco dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, di usare i gruppi curdi iraniani come la fanteria da scatenare sul terreno contro la Repubblica islamica, è fumo negli occhi per Erdoğan. Un protagonismo curdo in Iran rischierebbe di far saltare gli sforzi turchi nel già tortuoso processo di pace interno, che punta al definitivo smantellamento del Partito dei lavoratori del Kurdistan, il Pkk, e alla stabilizzazione delle regioni sud-orientali.

Ma oltre le grandi manovre destinate a ridefinire gli assetti della regione, Ankara rischia di pagare un prezzo salatissimo anche sul piano economico. La strategia di Teheran – espandere il conflitto, soprattutto interrompendo i flussi commerciali ed energetici della regione – è tesa a mettere alle corde Trump ma vede la Turchia in prima linea. Infatti, l’aumento dei prezzi dell’energia farà aumentare la spesa per le importazioni di Ankara, indebolendo la lira turca, e innescando nuove spinte inflazionistiche in un Paese che importa circa il 75 per cento dell’energia che consuma. Uno scenario da incubo per Erdoğan, e per i suoi piani di stabilizzare la traballante economia della Turchia in vista di possibili elezioni anticipate nel 2027.

Fin da gennaio scorso, quando il conto alla rovescia verso il conflitto era già scattato lungo l’asse Washington-Tel Aviv, il ministro degli esteri turco Fidan ha seguito imperterrito la strada del negoziato, bruscamente troncato da Trump.

Ora, mentre la guerra infuria, dietro lo schermo di una ostentata neutralità la Turchia sta ostinatamente cercando una via d’uscita costruendo un’alleanza “a più velocità”: dalla storica partnership col Qatar al sodalizio che sta costruendo, tassello dopo tassello, con Arabia Saudita, Egitto, Pakistan. Sforzi di mediazione che oggi suonano vani, quasi “donchisciotteschi”, ma che potrebbero garantire ad Ankara un ruolo chiave in futuro. Quando l’incendio sarà stato domato e degli assetti che hanno retto la regione fino allo scoppio della guerra, saranno rimaste solo rovine fumanti.

  

TAG: Hakan Fidan | Benjamin Netanyahu | Autonomia | Curdi | Pkk | Qatar | Arabia Saudita | Pakistan | Alleanza | Ankara | Carmela Giglio | Donald Trump | Siria | Recep Tayyip Erdoğan | Egitto | Iran | Iraq | Medio Oriente | Economia | Politica | Energia | Guerra | Nato | Turchia | USA

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