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Guido Pescosolido
1 Luglio 2026
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Sull’antitotalitarismo italiano

Tra politica e cultura nell’Italia della Prima Repubblica

di Guido Pescosolido

Cresce il numero di volte in cui si legge o si sente affermare che oggi occorre “(ri)pensare il totalitarismo”, vale a dire analizzare le dinamiche politiche e culturali che rendono ancora attuale il concetto. Guardando al nostro passato si tratta di capire – come si usa dire – “da dove veniamo” per meglio interrogarci sul nostro presente, per diagnosticare alcuni “pericoli” che stiamo già correndo, e capire forse anche qualcosa del (minaccioso) futuro che stiamo preparando e/o che potrebbe accadere.

Va precisato che molti studiosi considerano il concetto di totalitarismo “superato”, se non “dannoso”. Di Stato “totalitario” – come Stato “forte” che anelava al “dominio assoluto” e allo “spadroneggiamento completo ed incontrollato nel campo della vita politica ed amministrativa” – parlarono per primi gli antifascisti italiani per criticare il regime di Mussolini e opporsi ad esso. Poi fu Mussolini stesso a definire il regime fascista come “un regime totalitario” (1927). Infine l’aggettivo divenne la nozione di “totalitarismo”, come intuizione fondamentale di Hannah Arendt che vi dedicò un libro: Le Origini del Totalitarismo, pubblicato in inglese nel 1951, una delle più importanti opere storico-politiche del Novecento. Il “totalitarismo” per la storica, filosofa e politologa tedesca naturalizzata statunitense va distinto dalle più tradizionali forme di potere “autoritarie”, “tiranniche”, “dispotiche” e finanche “dittatoriali” per le sue caratteristiche base: il terrore come essenza, come fine; l’ideologia ufficiale come principio d’azione; la semplificazione della vita politica (col Partito Unico); infine, il tentativo di impadronirsi del pensiero, della testa, dell’anima di ciascun individuo per condizionarlo attraverso tutti gli strumenti di controllo, propaganda, educazione, comunicazione, manipolazione. Il totalitarismo esige individui isolati, atomizzati, scarsamente autonomi. Ciò che ha reso e rende tutt’ora controverso e discusso il concetto di Hannah Arendt è la sua tesi principale: che i regimi totalitari siano stati due nel secolo scorso, il Nazismo e lo Stalinismo. È questa equiparazione a suscitare le maggiori controversie, specie da parte di chi soprattutto vede le differenze di base tra i due tipi di regime.

Non sono pochi tuttavia gli studiosi per i quali il concetto mantiene un’elevata utilità analitica sia per comprendere la storia e la cultura del Novecento (un’epoca che non sembra affatto conclusa), sia come strumento di indagine e di interpretazione delle peggiori realtà statali del XXI secolo, sia – è la novità – per “leggere” le nuove tendenze totalitarie digitali: l‘impatto dei social media e dell’Intelligenza Artificiale nel controllo delle masse, le nuove forme tecnologiche di sorveglianza e di orientamento dei comportamenti attraverso gli algoritmi, le inedite forme di assoggettamento volontario alle forme contemporanee ed emergenti dei totalitarismi post-ideologici.

Il totalitarismo si è evoluto, differisce nelle forme e nei contenuti, se non nei presupposti. Pertanto evolve anche il dibattito che lo concerne. Poli-logo ha dedicato ripetuta attenzione al fenomeno “totalitario” e alle sue (re)interpretazioni. E continuerà a ragionare al riguardo.  

Oggi, per gentile concessione dell’Autore e dell’Editore, riproponiamo di Guido Pescosolido, La cultura “antitotalitaria” nell’Italia della Prima Repubblica. Il testo è apparso per la prima volta sulla Rivista di lettere, scienze ed arti “Nuova Antologia”, Serie trimestrale fondata da Giovanni Spadolini, Ottobre-Dicembre 2022, Vol. 629, Fasc. 2304, pp. 106-114.

La riflessione di Guido Pescosolido prende spunto dal libro di Roberto Pertici, È inutile avere ragione. La cultura «antitotalitaria» nell’Italia della prima Repubblica, Roma, Viella, 2021.

Roberto Pertici ha raccolto in un volume sei saggi da lui pubblicati in sedi e tempi diversi tra il 2003 e il 2017, ma abbastanza complementari tra loro nella messa a fuoco di figure, momenti e problemi di quella che egli definisce la cultura “antitotalitaria” dell’Italia repubblicana dagli anni Cinquanta agli anni Settanta del secolo scorso. La contestualizzazione storica del confronto-scontro tra democrazia e totalitarismi (fascismo, nazismo, comunismo) porta tuttavia l’autore a spingere indietro il suo sguardo sino agli anni Trenta e nell’analisi della formazione ideologico-politica di Benedetto Croce e Alcide De Gasperi il discorso risale sino al passaggio dall’Otto al Novecento.

In una densa nota introduttiva Pertici precisa che egli intende per cultura antitotalitaria quell’insieme di orientamenti ideologico-politici assunti da singoli intellettuali, istituzioni culturali, organi di stampa, movimenti e partiti politici o frazioni di essi, che nel secondo dopoguerra, pur essendo dichiaratamente e convintamente antifascisti, si distinsero dalla cultura dell’antifascismo ideologico di forze intellettuali e politiche marxiste, ma anche socialiste, cattoliche, democratiche e radicali, le quali ritenevano che l’antifascismo dovesse restare il carattere fondativo per eccellenza della Repubblica italiana, l’unico legittimante le forze cui poteva essere affidato il governo della nazione, con la conseguenza che il PCI, che aveva lottato e vinto contro fascismo e nazismo, non sembrava costituire alcun serio pericolo per la democrazia italiana. La cultura antitotalitaria riteneva infatti che il comunismo fosse, nell’Italia del dopoguerra, un fenomeno ben più minaccioso e pericoloso del fascismo, perché mentre fascismo e nazismo erano due esperienze storiche definitivamente sconfitte, il comunismo era invece vivo, vegeto e concretamente operante in Unione Sovietica, e la dottrina marxista continuava ad alimentare vita e speranze dei partiti comunisti di quasi tutto il mondo, anzitutto del PCI, il maggiore partito comunista dell’Occidente, che non realizzò mai una vera conversione di natura socialdemocratica, come avvenne invece in Germania con la svolta di Bad Godesberg del 1959.

(continua a leggere la recensione di Guido Pescosolido).

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