Da risorsa a rischio, dalla fase di transizione alla post-trasformazione, da dato acquisito a conquista della ricostruzione
di Mikhail Minakov
Il testo che segue riprende la relazione tenuta da Mikhail Minakov il 10 giugno 2026 al convegno Ucrain(istic)a polimorfa: le molte voci di una disciplina plurale, presso il Dipartimento di Studi Europei, Americani e Interculturali, Sapienza Università di Roma.
Ringrazio molto per l’invito e per la possibilità di discutere oggi una questione che riguarda l’Ucraina contemporanea. Parlerò del polimorfismo culturale ucraino, cioè della pluralità interna all’esperienza storica e culturale ucraina: pluralità di lingue, regioni, memorie, appartenenze religiose e orientamenti politici.
L’Ucraina è stata a lungo uno spazio di molte voci. Non una cultura compatta e monolitica, ma un mondo attraversato da differenze profonde. Questa idea è stata formulata in modo particolarmente importante da Giovanna Brogi Bercoff. Nei suoi studi, il polimorfismo culturale non è solo una descrizione empirica dell’Ucraina. È anche un metodo. Significa guardare all’Ucraina senza ridurla a una sola lingua, a una sola memoria, a una sola identità, a un solo centro.
Vorrei però partire da un paradosso. Nel discorso accademico, continuiamo giustamente a parlare dell’Ucraina come di uno spazio polimorfico. Celebriamo la sua complessità, la sua pluralità, la sua capacità di vivere tra più tradizioni. Ma nella realtà politica e sociale, soprattutto dopo il 2014 e ancora di più dopo il 2022, vediamo anche un processo opposto. Gli spazi della pluralità si restringono. Le politiche linguistiche diventano più rigide. Le memorie storiche vengono ordinate in modo più selettivo. Le differenze culturali sono sempre più spesso interpretate alla luce della sicurezza nazionale.
La guerra produce una forte domanda di unità. La domanda centrale del mio intervento è dunque questa: che cosa accade al polimorfismo culturale quando una società entra in una condizione di guerra, di minaccia esistenziale e di trasformazione politica incompiuta?
La mia tesi è semplice: in Ucraina il polimorfismo culturale non è scomparso, ma ha cambiato statuto. Durante la fase della transizione post-comunista, dal 1991 al 2014, esso ha funzionato soprattutto come una risorsa. Dopo il 2014, nella fase che possiamo chiamare post-trasformativa, e in particolare dopo l’invasione russa su larga scala del 2022, lo stesso polimorfismo viene sempre più spesso percepito come un rischio.
Questo non significa che la pluralità ucraina fosse falsa. Non significa nemmeno che l’Ucraina stia semplicemente abbandonando il pluralismo. Il punto è più complesso. Sono cambiate le condizioni storiche che rendevano possibile un certo tipo di pluralismo. E quando cambiano le condizioni di possibilità del pluralismo, cambia anche il modo in cui una società interpreta la propria diversità.
Per spiegare questa tesi, procederò in tre passaggi. Primo: chiarirò la differenza tra transizione e post-trasformazione. Secondo: mostrerò perché, nella fase della transizione, il polimorfismo ucraino poteva funzionare come risorsa democratica. Terzo: spiegherò perché, nella fase post-trasformativa, esso viene ricodificato come rischio politico e simbolico.
Il paradigma della transizione
Cominciamo dal primo punto. Negli anni Novanta, dopo il crollo dell’Unione Sovietica, molti studiosi interpretavano i paesi post-comunisti mediante il paradigma della transizione. L’idea era chiara e molto influente. I regimi comunisti erano crollati. I nuovi stati indipendenti avrebbero dovuto costruire democrazie liberali, economie di mercato e istituzioni moderne. La transizione era pensata come un movimento da un punto A a un punto B: dall’autoritarismo alla democrazia, dall’economia pianificata al mercato, dall’Unione Sovietica all’Europa.
Questa visione aveva una forte dimensione teleologica. Presupponeva una direzione della storia. Alcuni paesi sarebbero arrivati prima, altri più tardi. Alcuni avrebbero incontrato ostacoli maggiori. Ma il punto di arrivo sembrava già definito: la normalizzazione democratica secondo il modello occidentale.
In questo contesto, la pluralità culturale dell’Ucraina poteva essere vista in modo positivo. Il fatto che l’Ucraina fosse linguisticamente, regionalmente e religiosamente plurale veniva interpretato come prova della rottura con l’uniformità sovietica. Dopo decenni di centralismo imperiale e di controllo ideologico, la molteplicità delle voci appariva come un segno di libertà.
L’Ucraina indipendente poteva dire: non siamo più una provincia dell’Unione Sovietica; siamo una società viva, complessa, europea, capace di contenere differenze interne. La pluralità era quindi una risorsa epistemica e politica. Permetteva di conoscere meglio la società ucraina, ma anche di presentarla come una società aperta.
C’era però un elemento implicito. Questa pluralità veniva spesso tollerata perché percepita come provvisoria. Si pensava che l’Ucraina fosse ancora in transizione. La sua identità nazionale non era ancora pienamente formata. Le sue istituzioni non erano ancora consolidate. Le sue scelte geopolitiche non erano ancora definitive. Il polimorfismo era accettabile perché sembrava appartenere a una fase di passaggio.
In altre parole, la diversità era vista come ricchezza, ma anche come qualcosa che prima o poi avrebbe trovato una sintesi. Prima o poi l’Ucraina avrebbe scelto con chiarezza: Europa o Russia, ucraino o russo, memoria nazionale o memoria sovietica, stato civico o stato etno-culturale. La transizione permetteva di rinviare queste decisioni. La pluralità viveva anche grazie a questo rinvio.
Qui è utile ricordare il concetto di pluralismo per default di Lucan Way. In molti paesi post-sovietici, il pluralismo non nasceva sempre da una profonda cultura democratica. Nasceva anche dalla debolezza del potere centrale. Nessun gruppo politico, nessun clan regionale, nessuna élite riusciva a controllare completamente lo spazio nazionale. Il risultato era una forma di pluralismo reale, ma fragile. Una pluralità non sempre protetta da istituzioni forti, ma resa possibile dall’equilibrio instabile tra molti centri di potere.
Questo è particolarmente importante per l’Ucraina degli anni Novanta e Duemila. La pluralità linguistica, la forza delle regioni, la competizione tra gruppi oligarchici, la vitalità della società civile: tutto ciò limitava la possibilità di costruire un regime autoritario compatto. Il polimorfismo diventava così una risorsa democratica. Non perché fosse perfettamente armonioso, ma perché impediva il monopolio.
Tuttavia, questo modello aveva limiti profondi. La Crimea rimaneva un problema irrisolto. Il Donbas e la Galizia avevano forte identità regionale, anzi incompatibili. La questione linguistica non era mai realmente risolta, ma gestita tramite compromessi informali. Le memorie storiche erano incompatibili.
La pluralità esisteva, ma non sempre produceva riconoscimento reciproco. E soprattutto, a partire dagli anni Duemila, la Russia di Putin iniziò a usare questa pluralità come strumento di influenza. La difesa dei russofoni, la memoria sovietica, la nostalgia imperiale: tutti questi elementi furono progressivamente trasformati in leve geopolitiche. La diversità ucraina, che durante la transizione poteva apparire come ricchezza democratica, cominciò a diventare anche vulnerabilità strategica.
La post-trasformazione
Arriviamo così al secondo concetto: la post-trasformazione. Parlare di post-trasformazione significa riconoscere che, dopo un certo momento, non possiamo più descrivere le società dell’Europa orientale come società semplicemente “in transizione”. Non sono più società che si muovono linearmente verso un modello già definito. Sono società che hanno prodotto traiettorie proprie: alcune più democratiche, altre più autoritarie, altre ibride, altre cicliche.
La post-trasformazione non è soltanto il periodo dopo la transizione. È una condizione storica diversa. È la fase in cui le grandi promesse degli anni Novanta si sono consumate o complicate. La democrazia non ha prodotto ovunque giustizia sociale. Il mercato non ha eliminato le disuguaglianze. L’integrazione europea non ha risolto tutte le fratture. La libertà individuale è aumentata, ma spesso insieme all’isolamento sociale, all’emigrazione, alla precarietà e alla perdita di futuro.
In questa condizione, i regimi politici cercano nuove forme di legittimazione. Se non possono più promettere semplicemente un futuro radioso di convergenza europea, cercano stabilità, identità, ordine, coesione. Qui nasce la logica del consolidamento simbolico. Il consolidamento simbolico significa la costruzione di una narrazione nazionale più compatta. Significa ridurre l’ambiguità. Significa dire più chiaramente chi appartiene alla comunità politica, quale lingua deve dominarne lo spazio pubblico, quale memoria deve essere riconosciuta, quali simboli sono accettabili e quali no.
Questo processo non riguarda solo l’Ucraina. Lo vediamo in Ungheria, Polonia, negli Stati baltici. L’Ucraina appartiene a questa storia regionale, ma la rende più visibile e più drammatica. Perché? Per tre ragioni.
La prima ragione è la sua dinamica politica ciclica. L’Ucraina non ha seguito una linea stabile verso la democrazia o verso l’autoritarismo. Ha conosciuto aperture democratiche, concentrazioni di potere, rivoluzioni civiche, ritorni oligarchici, nuove mobilitazioni. Questa ciclicità ha mantenuto aperta la questione della pluralità. Ogni fase politica ha reinterpretato il polimorfismo in modo diverso.
La seconda ragione è la pressione russa. La Russia non ha semplicemente esercitato influenza sull’Ucraina. Ha contestato la sua sovranità. Ha messo in discussione l’esistenza stessa dell’Ucraina come nazione politica autonoma. In queste condizioni, ogni elemento di pluralità interna che poteva essere collegato al mondo russo è diventato sospetto.
La terza ragione è l’accelerazione prodotta dalla guerra. Processi che altrove avvengono in decenni, in Ucraina sono stati compressi in pochi anni: Euromaidan, annessione della Crimea, guerra nel Donbas, riforme linguistiche, monopolio ideologico chiamata de-comunistizzazione, invasione su larga scala, mobilitazione nazionale. La guerra rende visibile ciò che in tempi normali rimane più lento, più ambiguo, più nascosto.
Dopo il 2022, il consolidamento simbolico diventa una necessità di sopravvivenza. Uno stato aggredito deve difendersi anche sul piano simbolico. Deve proteggere il proprio spazio informativo. Deve contrastare la propaganda nemica. Deve impedire che istituzioni culturali diventino canali di influenza dell’aggressore.
Da questo punto di vista, molte misure adottate dall’Ucraina sono comprensibili. In una guerra esistenziale, la coesione nazionale è una risorsa strategica. Ma proprio qui nasce il problema più difficile.
La difesa della democrazia
La difesa della democrazia contro l’aggressione autoritaria può richiedere pratiche che restringono il pluralismo democratico. La difesa della sovranità può richiedere la riduzione di alcune forme di diversità.
Questo non significa che Ucraina e Russia siano simili. Non lo sono. L’Ucraina si difende da una guerra coloniale e distruttiva. La Russia è l’aggressore. La differenza morale e legale è fondamentale.
Ma proprio perché siamo dalla parte dell’Ucraina, dobbiamo prendere sul serio i dilemmi della sua sopravvivenza democratica. Una solidarietà seria consiste nell’aiutare a pensare i problemi reali di una democrazia in guerra.
Il rischio è che le restrizioni temporanee diventino permanenti. Che l’emergenza produca abitudini istituzionali difficili da abbandonare. Che la concentrazione del potere, giustificata dalla guerra, continui anche dopo la guerra. Che il polimorfismo venga ricordato come una bella stagione del passato, ma non ricostruito come pratica del futuro. Non sto dicendo che questo accadrà necessariamente. Sto dicendo che è un rischio strutturale.
Qui gli studi ucrainistici hanno un compito importante.
L’approccio polimorfico rimane indispensabile. Senza di esso, non capiamo l’Ucraina. Ma oggi deve diventare un polimorfismo critico. Non basta celebrare la pluralità. Bisogna chiedersi: quali condizioni la rendono possibile? Quali istituzioni la proteggono? Quali rapporti di potere decidono quali voci possono parlare e quali vengono marginalizzate? In quali circostanze la differenza viene
Questa domanda non riguarda solo l’Ucraina. Riguarda l’Europa intera. L’Unione Europea ama descriversi con la formula “unità nella diversità”. Ma questa formula funziona solo finché esistono le condizioni politiche della diversità: sicurezza, fiducia, istituzioni, solidarietà, stato di diritto. Quando queste condizioni si indeboliscono, la diversità diventa rapidamente un campo di conflitto. Lo vediamo nei populismi identitari, nelle guerre della memoria, nelle tensioni migratorie, nelle nuove forme di nazionalismo culturale. L’Ucraina ci mostra questa dinamica europea in forma estrema. Ci insegna che il pluralismo non è un dono naturale. Non è un ornamento liberale. Non è qualcosa che resta in piedi da solo. È una costruzione politica fragile. Ha bisogno di protezione attiva.
Il (nuovo) polimorfismo culturale ucraino
Vorrei concludere con una formula semplice. Il polimorfismo culturale ucraino non è morto. Ma non può più essere pensato come una condizione spontanea. Dopo il 2022, esso deve essere pensato come una conquista politica da ricostruire.
La sfida dell’Ucraina sarà vincere la guerra senza perdere la propria complessità. Difendere la sovranità senza trasformare l’unità in uniformità. Costruire una nazione forte senza cancellare la pluralità delle sue voci.
E la sfida per noi, come studiosi e come amici dell’Ucraina, sarà accompagnare questo processo con lucidità. Non con romanticismo. Non con giudizi astratti pronunciati da lontano. Ma con una solidarietà intelligente, capace di vedere insieme la necessità della difesa e il valore della libertà.
Perché, in ultima analisi, l’Ucraina non difende soltanto il proprio territorio. Difende anche una possibilità europea: la possibilità che una comunità politica possa essere forte senza diventare monolitica, unita senza essere uniforme, sovrana senza rinunciare alla pluralità.




