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Martina Mecco
3 Aprile 2026
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Poetry is a she

Incontro con la poetessa slovacca Eva Luka

di Martina Mecco

Quest’anno, ospite della Slovacchia alla Giornata della Poesia presso l’Accademia d’Ungheria, giunta ormai alla sua tredicesima edizione, è stata Eva Luka. Personalità di spicco per la sua poliedricità, l’autrice è nota sia nel contesto slovacco sia in ambito internazionale, avendo ottenuto riconoscimento anche nel mondo anglofono con la pubblicazione della raccolta poetica The Minotaur’s Daughter  [La figlia del minotauro], 2025.

Poetessa e traduttrice, Eva Luka ha vissuto in contesti culturalmente molto diversi tra loro, come il Giappone e la Spagna. La sua produzione attraversa vari generi, includendo anche opere destinate all’infanzia. Spesso, inoltre, l’autrice cura personalmente le illustrazioni dei suoi libri: ne risultano opere in cui la sua voce creativa si esprime dando vita a un dialogo armonico tra parola e immagine, dove ritmo e contenuto poetico trovano un’efficace complementarità nella dimensione visiva, e viceversa.

In occasione della presenza della poetessa a Roma, lo scorso 20 marzo 2026 è stato organizzato – su iniziativa di Annalisa Cosentino e Alessandra Mura – un incontro presso la Biblioteca di Lingue e Letterature Straniere Moderne.

Durante l’evento, Eva Luka ha letto alcune poesie selezionate e il pubblico, in risposta, ha offerto all’autrice una serie di traduzioni realizzate da Alessandra Mura, Martina Mecco, Jana Sovová, Josef Šikola, Annalisa Cosentino, Milena Spinetti e Imma Scarpellino.

Leggi il handout distribuito durante l’evento.

La lettura delle poesie tradotte, curata da paesaggi di voci nelle figure di Jessica Cerci, Laura Ragone e Gaia Ventriglia, è stata arricchita da un dialogo con la poetessa, volto a mettere in luce alcuni tratti evidenti della sua poetica e a disvelarne altri, interrogando i testi e la gestualità creativa che li attraversa. Parte della discussione si è concentrata sui modelli letterari di riferimento, talvolta suggerendo parallelismi con autori a lei dichiaratamente vicini, come il poeta ceco Jan Skácel o distanti, come lo scrittore britannico Roald Dahl. Eva Luka ha tuttavia dichiarato di non avvertire la necessità di trarre ispirazione dalla lettura di altri poeti – preferendo piuttosto la prosa – poiché, come ha affermato, la sua mente è già colma di poesia. L’ispirazione nasce invece dalla quotidianità e dal mondo naturale, nella loro bellezza e nei loro contrasti. È dunque lo sguardo sulla realtà il gesto originario da cui prende forma la sua scrittura poetica: uno sguardo che, come emerso durante l’incontro, resta profondamente slovacco, nonostante la varietà dei contesti culturali attraversati dall’autrice nel corso della sua vita.

Sotto i noci nodosi, proprio nel punto in cui sono seduti,
la terra di nuovo sussulta. Si spalanca un buco, insieme agli occhi
dei ragazzi, e di colpo viene fuori un grosso tasso.
Le narici della bestia tremano, i loro sguardi si incontrano, la terra,
come dopo il parto, smette di respirare e ridiscende esausta
verso l’albero. Ora i ragazzi con il libro in mano sussurrano in trance,
il libro, il giglio, il passero, la pietra, il bastone, la stella, il rosario,
ora il tasso ammicca al sole, disturbato nel suo sonno.

(Da Un grosso tasso incontra i domenicani, traduzione di Alessandra Mura)

Le raccolte Jazver  [Io-animale] e Nekromantik [Necromantico] presentano una significativa presenza del mondo animale, che assume un ruolo attivo all’interno dei testi. Tale caratteristica è stata spiegata dall’autrice in termini personali e autobiografici: questa presenza così marcata riflette il legame profondo che Eva Luka ha sviluppato nel tempo con gli animali nella sua quotidianità. Si tratta, inoltre, dell’espressione di un principio più ampio alla base della sua produzione poetica: l’idea che il contesto umano e quello naturale non possano esistere come realtà separate, ma costituiscano dimensioni intimamente interconnesse. In questa prospettiva di continua compenetrazione – che implica una radicale negazione della distanza tra umano, animale e, più in generale, naturale – emerge come particolarmente significativo un gesto ricorrente nella poesia di Eva Luka: l’atto di entrare nei frutti.

Entro ieri in una mela. Mi ritengono
morta, ma sono solo entrata in una mela.
Nella mela si estende un fulgore bianco
come pianure in regioni del Nord,
sapore dolce e profumo di vino di frutta.

(Da La mela, traduzione di Annalisa Cosentino)

Alla domanda su come sia emerso il motivo della “entrata nei frutti”, l’autrice ha risposto di non saperne individuare l’origine precisa: si è trattato di un gesto non premeditato, affiorato in modo spontaneo e naturale. Questa dimensione di naturalezza attraversa l’intera prospettiva di Eva Luka, che filtra la realtà attraverso una forte immaginazione, spesso dichiaratamente legata alla sfera onirica, senza tuttavia mai distaccarsene del tutto. Il gesto di entrare in un frutto – azione di per sé impossibile – non mira infatti a evadere dal reale, ma, al contrario, a immergervisi più profondamente o a risolvere situazioni conflittuali che lo caratterizzano, come nel caso della poesia La melagrana, scritta per tentare di riconciliare un’amicizia in crisi.

Nelle sue poesie l’autrice costruisce spesso scene di forte contrasto, in cui sentimenti e percezioni apparentemente opposti convivono nello stesso spazio poetico. La coesistenza di tensioni marcate – come quelle tra violenza e sessualità, o tra attrazione e repulsione – è stata spiegata da Eva Luka come espressione della necessità di restituire il reale nella sua interezza. Violenza e sessualità appaiono così come due facce della stessa medaglia, così come le estetiche della bellezza e della bruttezza sono chiamate a coesistere nel momento in cui si osservano i fenomeni nella loro complessità.

Avrei potuto scrivere
una poesia su come li immagino. O su cosa
immagino che guardandomi
immaginano loro. Avrei potuto scrivere
dell’amore sorprendente con ognuno di loro.

Non la scriverò. Perché scrivere
di una fatamorgana indecente, di un granello di polvere, dell’attimo
tra un gatto, una birra e la morte?

(Da Una poesia diafana, traduzione di Martina Mecco)

Un altro elemento centrale nella poesia di Eva Luka è rappresentato dai colori, che assumono un ruolo di primo piano nella costruzione di concetti come quello, già menzionato, della violenza. Nella poesia omonima Colori, l’autrice mette in scena un episodio apparentemente innocuo, un gioco tra bambini, che si trasforma progressivamente in una tragedia. L’orrore non viene tuttavia restituito attraverso una descrizione diretta o sensoriale, ma mediante l’impiego di una gamma di sfumature del rosso, quasi a suggerire una compenetrazione tra fascinazione e violenza. Gli osservatori, infatti, appaiono inizialmente come pittori ammaliati dalla scena, per poi rivelarsi, solo in un secondo momento, individui consapevoli della necessità di chiedere aiuto.

A conclusione di questo breve resoconto del fruttoso dialogo con Eva Luka, si può affermare che l’autrice slovacca si presenta al pubblico come una figura dotata di una forte e consapevole autorialità, capace di dare forma ai propri versi a partire da un intreccio di esperienze reali e oniriche. Ciò che la sua poesia restituisce è la complessità del reale in cui siamo immersi, senza indulgere in innalzamenti lirici ingiustificati, ma sfruttando con originalità e pienezza le potenzialità del linguaggio. Il risultato è una produzione viva, organica e, per parafrase una’affermazione emersa durante l’incontro, in cui alla parola “poesia” non corrisponde il pronome it, bensì she.

Foto di Silvia Perrone

Grazie anche a Jessica Cerci

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