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Yonas Bedzki
15 Giugno 2026
OggiTesi
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Liberarsi della “guerra dentro”. Italiani che aiutano gli ucraini

Un appello-proposta in una prospettiva di pace e di ritorno alla vita civile

di Yonas Bedzki

A oltre quattro anni dall’invasione su vasta scala da parte della Russia, l’Ucraina non solo sta facendo i conti con il costo materiale e fisico della guerra (vedi), ma si trova ad affrontare una crescente crisi di salute mentale. I dati mostrano un aumento del disturbo da stress post-traumatico (PTSD-Post Traumatic Stress Disorder), dell’ansia e della depressione.

Un recente servizio della BFBS Forces News narra come dalla leadership ucraina sia pervenuta alle autorità britanniche la richiesta di una nuova forma di supporto: l’assistenza alla salute mentale dei soldati, tema presente già da tempo. Ora la questione è, pare, una preoccupazione fondamentale per le forze armate ucraine che cercano di mantenere il personale sul campo, impegnato in una guerra che da anni non mostra segni di cessazione. C’è poi un altro aspetto, l’uso di droghe per alleviare il dolore, rimanere svegli, sopprimere la paura o semplicemente continuare a funzionare. Dopo il combattimento, l’assunzione di sostanze può temporaneamente contribuire ad attenuare lo stress e l’ansia. Con il protrarsi della guerra, la dipendenza e l’automedicazione diventano un problema crescente. Un problema che le autorità cercano di affrontare, ma molti temono possa persistere anche dopo la fine del conflitto. Le ferite nascoste potrebbero persistere per decenni. Da aggiungere che i traumi da guerra e i disturbi psicologici da essa derivati riguardano sia i militari sia i civili (donne, bambini, anziani).

La guerra dentro di sé

Spaesamento, insicurezza, vergogna, ansia, angoscia, depressione, sofferenza psichica, nevrosi, paura paralizzante, stati di allarme, il sentirsi minacciati, il sentirsi incompresi da chi non ha vissuto il fronte (molti reduci hanno disturbi dell’attaccamento, fanno fatica a riallacciare i rapporti persino con mogli e figli), la difficoltà di distinguere tra dentro e fuori, tra eccezionalità e normalità, l’assuefazione a ogni violenza e morte, l’indifferenza per saturazione, il portarsi “la guerra dentro” a lungo, anche molto tempo dopo i combattimenti, con effetti che spesso perdurano per tutta la vita: incubi frequenti, insonnia, amnesia, incapacità di comunicare, soglia dell’aggressività sempre al limite, esplosioni di rabbia, azioni fuori controllo, violenze verso gli altri e comportamenti autodistruttivi – sono i sintomi più comuni, per tacere della propensione al suicidio, specie per chi in guerra c’è andato per caso, per cause di forza maggiore, non per scelta ponderata. Oggi persino le istituzioni militari si prendono cura dei disturbi da stress post-traumatico. Si considera che il disturbo mentale fa parte in modo fisiologico del militare in azione.

L’impatto sui bambini e sugli adolescenti è, forse, ancor più devastante. Le difficoltà nello sviluppo emotivo, nell’adattamento scolastico e nell’integrazione sociale sono in genere enormi per chi cresce in contesti di violenza e di deprivazione, per chi è rimasto orfano, per chi cova vendetta. (Vedi qui e leggi qui).

Tempo fa appresi di soldati ucraini che cercavano di curare le loro ferite visibili e invisibili della guerra sul Monte Athos, nel nord della Grecia, uno dei centri della fede cristiana ortodossa che ospita due mila monaci. A questi uomini affetti da profondi traumi i ritiri del Monte Athos offrono una tregua dalle linee del fronte, un rifugio, un luogo dove guarire attraverso la fede, e una volta leniti traumi e ferite, tornare in battaglia.

Quanto la situazione sia complessa e delicata trova ulteriore conferma da una conoscente polacca. Dall’inizio di marzo scorso sono scaduti i diritti di accesso all’assistenza sanitaria pubblica in Polonia per i cittadini ucraini precedentemente coperti dalla cosiddetta legge speciale. Sono cambiate per loro le modalità per beneficiare dei servizi medici fatturati Fondo sanitario nazionale. Ma ciò nulla toglie al fatto che fino ad oggi i polacchi che hanno voluto hanno curato i soldati ucraini in due modi. Alcuni medici polacchi, è noto, sono direttamente impegnati negli ospedali da campo come volontari sulla linea del fronte. Altri accolgono nelle strutture mediche polacche i feriti gravi che necessitano di interventi chirurgici complessi e di riabilitazione specialistica. Con suo padre medico, la mia conoscente Katarzyna dal 2022 aiuta a riprendersi i pazienti ucraini. Mi parla dei traumi di guerra, del disturbo da stress post-traumatico che colpisce molte delle vittime di guerra e le cui conseguenze sulla psiche sono molto pesanti: riprendersi è lungo e difficile. Mi illustra anche il senso di colpa dei sopravvissuti. Racconta inoltre che una volta curati, anche se privi di una gamba, di un braccio o con un occhio leso, questi feriti chiedono insistentemente di tornare al fronte perché non saprebbero cosa fare lontano dal campo di battaglia, si sentono disagiati nella vita civile. Al contrario tra i commilitoni trovano conforto, solidarietà, reciproco sostegno, la rassicurazione di chi si percepisce in “famiglia”, parte del “gruppo”, della “comunità” dei combattenti. «Si sentono a disagio nella società civile, come fossero degli estranei» – questa condizione colpisce.

Un mio interlocutore si sente di dovere di banalizzare: «niente di nuovo. Non mancano precedenti (la guerra in Corea, in Vietnam, in Bosnia, in Afghanistan, in Iraq…). I veterani hanno difficoltà a tornare alla normalità e reintegrarsi nella società civile? – è risaputo, in proposito c’è un’ampia letteratura, tanti film …».

Bene. E allora? Cosa faremo noi per gli ucraini quando torneranno alla pace dopo anni di guerra?

La psicologa Alessandra Trezza, che ringrazio per i molti spunti, osserva che anche chi non partecipa fisicamente o direttamente all’evento traumatico può essere vittima dei sintomi del PTSD. Riferendosi alla letteratura clinica sulle guerre in Iraq e Afghanistan, Trezza sottolinea che vanno presi in esame gli effetti negativi a catena. Quando i mariti e i padri partono in guerra nel nucleo famigliare si moltiplicano le forme d’ansia, anche accentuata, e quelle delle madri o di altri adulti impattano sfavorevolmente sui figli. D’altro canto, quando i veterani sviluppano un disturbo da stress post-traumatico in conseguenza delle loro esperienze belliche, al loro rientro in casa anche le loro famiglie, i bambini in particolare, possono sperimentare forme di stress derivanti dallo stress del veterano stesso, dalle sue ambiguità e dai non-detti, dai suoi disagi e disadattamenti, depressioni e disturbi. In sostanza, occorre prendere in considerazione l’adattamento positivo sia dei veterani sia delle famiglie. In proposito vedi. In più, lo stress da trauma si estende spesso in più ampie cerchie di popolazione, tra l’altro per la pervasività della sfera mediatica e comunicativa. Il fenomeno è stato analizzato soprattutto in relazione alle conseguenze emotive, fisiche e culturali degli attacchi dell’11 settembre 2001 a New York City e a Washington, DC: un atto di terrorismo e al tempo stesso un trauma collettivo su vasta scala senza precedenti che ha segnato profondamente e durevolmente (fino ai giorni nostri) individui, intere comunità e gli Stati Uniti nel loro insieme. Al riguardo leggi qui, e poi qui e ancora qui e infine qui.

La proposta

La proposta è cominciare ad aiutare da subito i militari e i civili ucraini al passo più complicato: quello del loro ritorno alla vita civile, del favorire il loro (re)inserimento nella società – ecco un compito concreto e pacifico di cui potrebbero egregiamente farsi carico i medici e gli psicologi, psichiatri e psicoterapeuti italiani specializzandosi nei trattamenti sanitari sia fisici sia mentali dei reduci di guerra, coadiuvati da colleghi e mediatori linguistici e culturali ucraini.

I reduci: persone con ferite da curare. Persone che vanno tra l’altro aiutate a superare la vergogna dei propri disturbi, a “normalizzare” i loro profondi malesseri, a superare l’enorme carico di violenza e di morte di cui sono carichi. Persone che devono riadattarsi a una nuova “normalità”. Persone, pure, che vanno aiutate a difendersi dall’ostilità e dal disprezzo di chi non ha combattuto, di chi non ha voluto sacrificarsi, di chi ha sempre condannato questa guerra – ogni guerra – considerandola inutile e dannosa, di chi tenderà a escluderli, a respingere la loro esperienza di combattenti, a isolarli, emarginarli, per esempio con la propria indifferenza. Persone, in sostanza, che nel dopoguerra si tenderà purtroppo ad abbandonare a sé stesse.

Chiunque, anche a distanza, può collaborare alla rinascita di un sano contesto relazionale, sociale e culturale dell’Ucraina, alla ricostruzione dei legami e di un costruttivo senso di appartenenza, a creare “delle condizioni affettive” nella relazione tra gli ex-combattenti e il resto della società ucraina, delle altre società europee. Già da adesso occorre dar vita – è stato giustamente affermato – a “una coralità post-traumatica che sostenga”. Occorrono “reti affettive capaci di accogliere ferite senza chiedere unità fittizie. La vera alternativa alla guerra non è tornare a un ordine perduto, ma riconoscere una nuova vulnerabilità condivisa da vivere insieme. Non l’eroismo, ma la cura; non l’identità monolitica, ma la plasticità relazionale; non il distacco, ma la presenza. In un mondo di conflitti permanenti, forse l’atto più radicale non è combattere, ma tornare a sentire insieme, riconoscendo la ferita e trasformandola in possibilità. Dove la guerra produce indifferenza, può nascere una comunità nuova: non fondata sulla vittoria, ma sulla responsabilità condivisa di restare umani”.

Un’altra studiosa osserva che il trauma “non solo deriva dall’orrore vissuto, ma anche dal fallimento del sistema sociale nell’accogliere, nominare e integrare quel vissuto nell’esperienza collettiva. L’ammettere un problema da parte del singolo deve essere accompagnato dal riconoscimento da parte dell’altro non solo che la propria sofferenza esiste, ma anche che deriva da un vissuto traumatico. La società stessa così si può prendere carico, anche in seguito, del agito del soldato, a favore della comunità”.

Il post-guerra non sarà semplice in Ucraina. La ricostruzione tale sarà, se sarà anche mentale. Ci vorrà autocoscienza ed empatia.

Gli europei italiani potrebbero/potranno fare tanto anche a questo riguardo.

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