Nell’anno che lo onora e ricorda, vita e opere di un illustre intellettuale polacco cosmopolita
di Krystyna Jaworska
Immagine di copertina: Józef Czapski, AUTOPORTRET, 1973, fonte
Józef Czapski rappresenta una delle più suggestive e affascinanti figure di intellettuale dell’Europa centro-orientale e si contraddistingue per il suo profondo umanesimo e pacifismo, per la sua conoscenza non solo della cultura occidentale, in particolare di quella francese, ma anche di quella russa.
Di origine aristocratica, nato a Praga nel 1896 da padre polacco e madre austriaca, cresciuto nella tenuta paterna in Bielorussia, appassionato in gioventù da scrittori e pensatori quali Lev Tolstoj, Vladimir Solov’ëv, Vasilij Rozanov, Dmitrij Merežkovskij, Czapski aveva avuto modo di approfondire il loro pensiero durante gli anni di studio liceale e universitario trascorsi a Pietroburgo e interrotti dallo scoppio della rivoluzione.
Ricostituito lo stato polacco, nel 1920 si presentò volontario nell’esercito, specificando che non avrebbe però preso parte a azioni belliche per via delle sue convinzioni pacifiste. Ricevette così l’incarico di cercare 5 prigionieri di guerra polacchi in Russia. Nel 1921 riprese gli studi (iniziati nel 1918 a Varsavia) all’Accademia di belle arti di Cracovia. Trascorse gli anni 1924-1931 a Parigi dedicandosi alla pittura, attività che continuò dopo il rientro in patria, stabilendosi a Varsavia e partecipando alla vita artistica e intellettuale della capitale.
Richiamato alle armi con lo scoppio della guerra, nel 1939 fu internato dai sovietici nel campo di concentramento di Starobel’sk (l’attuale Starobil’s’k) in Ucraina. Fu tra i pochi prigionieri che alcuni mesi dopo l’arresto furono trasferiti da Starobel’sk a Grjazovec, nella Russia occidentale, e grazie a ciò scamparono all’eccidio di Katyn’. Il generale Anders, comandante (dopo essere stato liberato dal carcere della Lubianka) dell’armata polacca formata in Urss nel 1941, gli affidò la ricerca delle migliaia di ufficiali polacchi deportati dai sovietici e di cui si era persa traccia; e poi, nel 1942, la guida del Reparto cultura e stampa. La scelta di mettere a capo della propaganda militare di un esercito composto da ex deportati un pacifista è alquanto significativa: da una parte manifestava la stima per la levatura intellettuale di Czapski, dall’altra la consapevolezza dell’importanza che la cultura (vedi qui e leggi qui) rivestiva per quanti avevano visto la loro dignità umana calpestata nei gulag.
Una volta lasciata l’Urss, Czapski descrisse il periodo della sua prigionia in un prezioso libretto, Wspomnienia Starobielskie (Ricordi di Starobielsk), edito dal Reparto cultura e stampa e tradotto anche in italiano. Dopo la battaglia di Montecassino, a cui il 2° Corpo d’armata polacco prese parte a fianco degli alleati, Czapski ricevette dal comando militare la direzione dell’ufficio Cultura a Parigi. La sua presenza nella capitale francese facilitò nel 1947 il trasferimento in Francia della casa editrice Instytut Literacki, creata a Roma nel 1946 dal 2° Corpo d’armata polacco prima della smobilitazione, e della sua rivista “Kultura”, fondata da Jerzy Giedroyc e dallo scrittore Gustaw Herling.
In quanto testimone dei crimini sovietici, a Czapski era precluso il ritorno in Polonia. Visse esule nella casa dove aveva sede la casa editrice, assieme alla sorella Maria, letterata e scrittrice, e alla redazione di “Kultura”, a Maisons-Laffitte, vicino a Parigi, dando vita a un singolare falansterio alla cui attività si deve la pubblicazione di alcune delle più importanti opere della letteratura polacca del secondo Novecento, vietate dalla censura in patria. Czapski fu tra i più stretti collaboratori e sostenitori della rivista (nel 1948 vi pubblicò Proust contre la déchéance. Conférences au camp de Griazowietz, tradotto in italiano nel 2005 da L’ancora del mediterraneo con il titolo La morte indifferente: Proust nel gulag, e riproposto da Adelphi nel 2015 con il titolo Proust a Grjazovec) come pure della casa editrice, per i cui tipi nel 1949 uscì il volume Na nieludzkiej ziemi, ora tradotto in italiano con il titolo La terra inumana.
Czapski continuò la sua attività di pittore, come pure quella di saggista, scrivendo di arte e di letteratura. Molti suoi scritti sono stati raccolti in volume, di particolare rilevanza le raccolte Oko (1960) e Tumult i widma (1981). Morì a Maisons-Laffitte nel 1993.
Al pari di altri scrittori esuli, Czapski subì un doppio ostracismo: vietato in patria e ignorato dalle élite intellettuali occidentali che soggiacevano al fascino del comunismo. Solo dopo il crollo del blocco sovietico, la diffusione e la conoscenza delle sue opere è notevolmente cresciuta, non solo in Polonia, dove procede la pubblicazione dei suoi scritti, dei diari e dei carteggi, preziosissimi per capire l’autore e il suo ambiente, ma anche a livello internazionale, come testimonia la monografia di Eric Karpeles, Almost Nothing: The 20th- Century Art and Life of Józef Czapski edita nel 2018.
Immagine: Józef Czapski, autoritratto, schizzo, fonte: Muzeum Narodowe w Krakowie.
NB – La Camera bassa del Parlamento polacco (Sejm) ha proclamato il 2026 «Anno di Józef Czapski» per commemorare il 130° anniversario della sua nascita.
Venerdì 8 maggio 2026 dalle ore 18:30 presso l’Istituto polacco di Roma, Palazzo Blumenstihl, Via Vittoria Colonna 1, Paolo Morawski terrà una conferenza seguita da una serata musicale con Cesary Stoch (canto) e Joanna Łukaszewicz (accompagnamento).











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Un grande artista e intellettuale europeo