Tanti sono i legami tra i due paesi, il portale culture.pl ne offre un assaggio
di Stefano Leone
Immagine di copertina tratta dal sito Stowarzyszenie Sąsiedzkie Włochy
Se tutte le strade portano a Roma, esse passano inevitabilmente per la Polonia. O forse è un eterno viaggio a/r, senza scali, senza confini, ma con tante fermate. E non parliamo delle pizzerie chic nel centro di Varsavia, dei panini al plurale, seppur sia solo uno, degli espresso bar o delle focacce con parma, grana e rucola. Il viaggio Italia-Polonia è centrale per i due paesi e sono infinite le uscite secondarie, le mille (e oltre) storie quotidiane di emigrazione e immigrazione (sul tema segnaliamo il volume Emigrazioni e immigrazioni polacche in Italia. Doppi sguardi, progetto nato grazie anche alla Fondazione romana Janina Umiastowska).
Eppure, linguisticamente, l’Italia è così lontana nella lingua polacca: anzi, non esiste proprio. E allo stesso tempo è onnipresente, anche se non fa direttamente riferimento al Bel Paese. Il polacco è infatti una delle due lingue europee, insieme all’ungherese, ad avere una denominazione distante per l’Italia: Włochy. La parola è tanto misteriosa quanto comune: i włochy, o włosy, sono infatti la cosa che più vicino abbiamo alla nostra pelle. Eppure, l’etimologia di Italia non ha niente a che fare con i capelli o i peli, ma con la parola proto-germanica *walhaz. Ce lo spiega Mikołaj Gliński che ci porta con sé in un breve viaggio etimologico, andata e ritorno, della durata di quattro minuti, nel suo articolo Włochy – Poland Word by Word, pubblicato su culture.pl.
Un viaggio più lungo, seduti comodi su un vagone ristorante, lo offre proprio il portale culture.pl, che con l’inizio dell’estate e delle temperature molto italiane che la Polonia sta sperimentando, ha deciso di riproporre alcuni articoli dedicati al nostro paese. Tra loro anche uno legato al piatto tipico della domenica, proprio perché i legami italo-polacchi sono comuni e quotidiani. Non c’è domenica in Polonia senza rosół, brodo, e non c’è rosół senza włoszczyzna: è così, roba italiana, the italian stuff, che viene chiamato il mazzo di verdure composto da carote, radici di prezzemolo, sedani rapa e porri, venduti insieme per preparare il brodo (e non solo). E, secondo una leggenda, tale nome è legato a Bona Sforza d’Aragona (1949-1557), Duchessa di Bari, Regina di Polonia e Granduchessa di Lituania, che dall’Italia avrebbe portato quelle verdure allora “esotiche” con sé in Polonia. L’unico problema è che di esotico, quelle verdure, non avevano niente; sì, la cucina non era ancora così democratica e facile da raggiungere come adesso (sebbene invece della Brasilena debba ancora accontentarmi di un espresso tonic, a mia grande sorpresa ho trovato oggi al mercato di Stoccarda della vera ‘Nduja di Spilinga), ma i componenti di quel mazzo di verdure erano già noti, cotti e mangiati in terra polacca. E allora da dove viene la leggenda e quanta verità porta con sé? Lo spiega Monika Kucia nel suo articolo Bona Sforza: The Accidental Foodie Influencer from Renaissance Italy.
Di legami quotidiani ce ne sono tanti, a non finire. Uno degli alberi più popolari e possenti in Polonia è l’orzech włoski (Juglans Regia), ovvero il noce “italiano”, per noi il noce bianco. Qui però dobbiamo fare un passo indietro: il termine deriva infatti dal pro-genitore di Włochy, cioè Wołochy, termine che indicava i Valacchi, la popolazione di lingua romanza dei Balcani. Anche se un’altra storia attribuisce un legame più diretto con l’Italia, perché sarebbe stato San Jacek Odrowąż a portare i semi da un suo viaggio a Roma nel 1218 e iniziare a coltivarli nel suo monastero.
Camminando o viaggiando per Varsavia, si può finire in Italia. Il distretto “Włochy” non è però una Little Italy nel senso newyorkese del termine, ma deve il suo nome a Jan detto l’italiano, che nel XV secolo era il proprietario di quello che allora era ancora un villaggio a sé stante. Il mistero del perché fosse chiamato “l’italiano” non è stato ancora risolto.
E, per finire, sono altrettanto infiniti i viaggi letterari. In proposito segnaliamo l’articolo di Urszula Kowalczuk, Maria Konopnicka in Italy: A Journey That Reshaped Her Poetry che si focalizza, appunto, sul viaggio della poeta, scrittrice e traduttrice polacca, ancora così poco conosciuta in italiano. Una traduzione di Laura Pillon di un frammento delle sue Impressioni di viaggio è stato pubblicato dalla rivista online Andergraund.
Per oggi il nostro piccolo viaggio finisce qui, ma per non perdere nessun articolo di culture.pl (non solo sull’Italia) puoi iscriverti alla newsletter. E per curiosità linguistiche e su altri legami tra Italia e Polonia segnaliamo anche il blog e la newsletter di Julia Chojnacka, filologa e insegnante di polacco come lingua straniera.




