• HOME
  • Chi Siamo
    • Progetto
    • Vita Activa
    • Contatti
  • Percorsi
    • Oggi
    • Ieri
    • Domani
    • Appunti
    • Tesi
    • Geografie
    • Letture
    • Immaginari
  • Tutti gli Articoli
  • Tutti gli Autori
  • Tutti i Tag
  • PoloniaEuropae
clicca per ingrandire
Luca Polese Remaggi
22 Maggio 2026
OggiIeriTesiLetture
Nessun commento

Il nemico tra di noi

La sinistra internazionale di fronte alle repressioni sovietiche (1918-1957)

di Luca Polese Remaggi

Luca Polese Remaggi ha pubblicato nel 2024 presso l’Editore Viella il libro: Il nemico tra di noi. La sinistra internazionale di fronte alle repressioni sovietiche (1918-1957).

Dalla Scheda di presentazione dell’Editore:

“Molto tempo prima che giungesse in Occidente la grande letteratura concentrazionaria sovietica, donne e uomini di sinistra (esuli russi compresi) iniziarono a raccogliere testimonianze e documenti su arresti, deportazioni e lavoro forzato realizzati dallo stato sovietico. Tra le due guerre, a Praga e a Berlino, a Parigi e a Londra fino a Città del Messico e a New York, una rete transnazionale lavorò a un immaginario primo “libro nero” del comunismo sovietico. I protagonisti di questo grande impegno morale e intellettuale vissero vicende alterne: spesso si trovarono ad essere una forza minoritaria, perché le ragioni commerciali, politiche e ideologiche si dimostrarono in Occidente più forti della difesa dei diritti umani. In altri casi essi riuscirono invece a collegarsi alle strategie geopolitiche dei governi statunitense e britannico e al processo di formazione di norme giuridiche a livello internazionale. L’aver insistito per decenni che un mondo migliore si costruisce espandendo i diritti degli individui, e non proteggendo la sicurezza dello stato rivoluzionario, ha forse salvato le ragioni della sinistra come forza globale nel XXI secolo”.

Leggi l’Indice. 

Per gentile concessione dell’Autore Luca Polese Remaggi e dell’Editore pubblichiamo un estratto dell’Introduzione.

Il presente volume è dedicato all’intervento intellettuale, politico e organizzativo della sinistra internazionale contro le repressioni sovietiche al tempo di Lenin e di Stalin. Si è inteso concentrare l’attenzione specificatamente sulla parte di essa che affrontò il problema, non dunque su quella che rimase abbagliata dal mito sovietico. Nel titolo stesso – Il nemico tra di noi – è condensata tutta la portata di questo intervento: di fronte alla formazione dello stato sovietico, dotatosi rapidamente di un enorme apparato repressivo, il vecchio adagio «pas d’ennemis à gauche», per cui lo spazio della politica doveva essere pensato esclusivamente nei termini di un’opposizione tra destra-sinistra, fu mandato in soffitta. La Grande guerra, qualcuno non tardò a riconoscerlo, aveva tenuto a battesimo una varietà di «partiti milizia», i quali, al di là dell’ideologia di provenienza, affrontavano i problemi politici nei termini dello scontro armato per impossessarsi del potere politico. I protagonisti di questo volume restarono perlopiù (anche se non sempre) persone di sinistra, legate ai valori della tradizione progressista e rivoluzionaria europea e americana. Semplicemente non chiusero gli occhi di fronte alle notizie, alla documentazione e alle testimonianze provenienti da Mosca.

Questo libro nasce dunque da un interesse storiografico e naturalmente risente delle idee politiche e civili di chi scrive. Resta il fatto che esso viene pubblicato in un momento del tutto particolare, quello in cui il potere in Russia spinge la propria vocazione dispotica fino al punto di proibire la storia intesa come recupero della memoria e impegno nella ricerca scientifica. Memorial, l’associazione non governativa che per trent’anni ha promosso la verità sulle repressioni di massa attuate dal regime sovietico, soprattutto in età staliniana, è stata messa fuori legge il 28 dicembre 2021 in seguito alla decisione della Corte suprema della Federazione russa. Fondata nel 1989, per tre decenni Memorial ha costituito il nerbo della società civile russa, dando impulso alla formazione di archivi civici, quando quelli ufficiali restavano chiusi, promuovendo normative per la riabilitazione dei perseguitati dallo stalinismo e per la declassificazione dei documenti, costruendo una banca dati delle vittime e ancora partecipando in primo piano ai progressi della storiografia russa e internazionale quando negli anni Novanta gli archivi ufficiali conobbero una fase di apertura.

Come ha scritto di recente lo storico francese Nicolas Werth, la cancellazione di questa esperienza è avvenuta nel momento in cui Putin non ha potuto più sopportare che la falsificazione della storia sovietica messa in atto dal suo regime venisse discussa, contraddetta o addirittura contestata. Le ragioni di questa accresciuta insofferenza sono state chiarite poco dopo, allorquando il 24 febbraio 2022 l’esercito della Federazione russa ha intrapreso l’invasione dell’Ucraina. La storia di regime ha potuto così trionfare incontrastata: una volta stabilito ufficialmente che le minoranze russe in Ucraina erano oggetto di un «genocidio», non restava dunque che compiere un’«operazione speciale» per «denazificare» lo stato dove quelle minoranze erano dipinte come oppresse. La narrazione putiniana, tutta costruita attorno alla guerra antinazista del 1941-1945, ha trovato così un nuovo capitolo da scrivere all’interno del suo grande libro di pseudo-storia, fondato sulla manipolazione dei fatti del passato e del presente. 

Ora, gli eventi richiamati qui sopra hanno avuto un peso nella fase conclusiva di questo libro, perché è sembrato a chi scrive di trovarsi spettatore, pur con tutte le distinzioni del caso, di fronte a un passato che non passa mai del tutto quando si parla di Russia imperiale, Unione sovietica e adesso Federazione russa: un regime politico il quale mette a tacere le voci più vive della società, esercitando attraverso i propri apparati di polizia un controllo capillare su qualsiasi forma di opposizione. Luoghi e pratiche della repressione cambiano nel tempo, ma resta intatta la costante certezza dei cittadini politicamente attivi di essere sorvegliati, minacciati in mille modi diversi, giudicati sbrigativamente come nemici della patria e infine allontanati e rinchiusi in luoghi indegni di un paese civile. Il regime pretende di realizzare un monopolio sulle informazioni, impedendo che esse circolino all’estero. Quest’ultima aspirazione resta però spesso tale perché fuori dalla Russia un vario mondo di associazioni impegnate nella difesa dei diritti umani, spesso in collaborazione con esuli russi, svolge un’opera di contro-informazione con la quale quel regime in qualche misura deve fare i conti. La ricostituzione a Ginevra di Memorial nel maggio del 2023 rappresenta il terminale internazionale di una «Russia che resiste», come recita il bollettino di Memorial Italia. L’obiettivo è di mantenere l’opinione pubblica internazionale informata sui metodi e sull’intensità della repressione esercitata dalle autorità contro proteste e dissenso che comunque continuano a manifestarsi all’interno di quest’enorme paese.

Il volume qui introdotto potrebbe essere visto allora come un tentativo di ricostruire il passato di questo presente, anche se in un senso specifico, quello dell’impegno internazionale di associazioni, organizzazioni e anche singole personalità che nei paesi occidentali cercarono di documentare le repressioni operate durante il regime di Lenin e di Stalin. Vediamo allora il nostro punto di partenza. Una grande divergenza si produsse all’interno della sinistra internazionale, allorquando, poco dopo l’insurrezione bolscevica dell’ottobre 1917, il governo dei Commissari del popolo presieduto da Lenin chiuse manu militari l’Assemblea costituente prima ancora che essa iniziasse i suoi lavori nel gennaio 1918. Fu un atto gravissimo, il primo di una guerra senza quartiere contro la democrazia «borghese» e il pluralismo politico e sindacale. Con quell’atto i bolscevichi stabilirono che essi – e di fatto soltanto essi – possedevano il diritto storico di guidare la Rivoluzione russa. Da allora la sicurezza del regime politico che essi stavano costruendo sostituì qualsiasi altra considerazione. La garanzia dei diritti civili divenne un inutile orpello giuridico del vecchio mondo liberale, mentre il benessere delle popolazioni venne rimandato ai futuri successi del socialismo. Per adesso, la formazione di un apparato repressivo formidabile, le fucilazioni, gli ostaggi e i primi campi, la coscrizione e le requisizioni nelle campagne e ancora la repressione esercitata nei confronti della stessa classe operaia furono il biglietto da visita di uno stato di tipo nuovo. Esso riuscì a sconfiggere i propri nemici nel corso di una sanguinosissima guerra civile, ma il prezzo più alto fu pagato dalle popolazioni con la carestia del 1921 e la dura repressione delle rivolte contadine. 

Fino ad allora nel resto d’Europa una sorta di consenso liberale e socialista aveva seguito con entusiasmo le vicende rivoluzionarie nei vasti territori appartenuti agli zar. (…)

Se una copiosa letteratura storica e sociologica è stata dedicata negli ultimi decenni alle schiere di ammiratori occidentali del regime fondato da Lenin, lo stesso non si può dire della galassia politica di sinistra che lo ha osteggiato. Esiste una miriade di libri dedicati al «bagliore» irradiato da Mosca e ai pellegrinaggi politici nella Mecca del socialismo, mentre è molto più difficile trovare ricerche complessive sull’ostilità diffusa nel mondo dei progressisti. La galassia politica di sinistra che ha osteggiato il regime di Lenin e Stalin non è ovviamente un territorio inesplorato, anche se lo scemare delle lotte ideologiche interne alla sinistra novecentesca lo ha reso forse meno frequentato dagli storici. L’ostilità verso il regime sovietico da parte di un socialista riformista italiano in lotta contro il massimalismo, di un repubblicano francese capace di distinguere le forme del politico al di là della dicotomia destra-sinistra, l’impegno dei vertici sindacali statunitensi per la diffusione del free labor e infine la militanza di un anarchico concentrato in campagne di solidarietà con i propri compagni inghiottiti nell’universo concentrazionario sovietico hanno trovato i loro storici. Si è trattato di studiosi perlopiù simpatetici, che hanno sentito l’urgenza di mostrare che la fascinazione per il comunismo ha avuto dei limiti, che è esistita insomma un’altra sinistra, un altro mondo del lavoro. Ciò che scarseggia – si diceva – sono ricerche che abbiano come oggetto le connessioni interne di quella parte del mondo progressista internazionale che sperò nella Rivoluzione del 1905 e in quella del febbraio 1917 come avvio di un processo di costituzionalizzazione del potere e che, proprio in virtù di questa speranza, non tardò a individuare nel regime bolscevico l’agente di un’operazione inversa, ossia la costruzione di un regime assolutista.

In effetti, non è facile collegare all’interno dello stesso discorso culture politiche diverse (dal liberalismo fino all’anarchismo, passando per il socialismo), nonché varie forme di associazionismo (dai partiti di massa alle leghe per i diritti umani, dai sindacati alle società antischiavistiche). Neppure è compito da poco individuare quei canali informativi sfruttati dagli esuli russi di sinistra (liberali, menscevichi, socialisti rivoluzionari e anarchici) per diffondere con una certa continuità, almeno fino ai primi anni Trenta, testimonianze e documenti in Occidente circa le forme che la repressione sovietica prendeva nel corso del tempo. Inoltre, la diffusione di scritti (memoriali, saggi critici e altro ancora) in più lingue (inglese, francese, spagnolo, tedesco e italiano) evidenzia una costante circolazione delle idee anticomuniste a sinistra e richiede pertanto che si individuino gli epicentri di questa grande operazione di contrasto della mitologia sovietica. Infine, si deve tener conto del fatto che la sinistra internazionale non operò come un soggetto separato, ma in un interscambio continuo di idee e di informazioni con altri soggetti dell’anticomunismo internazionale (dal conservatorismo britannico alla destra intellettuale francese fino alle chiese cristiane e alle comunità nazionali e religiose emigrate).

Fonte immagine

Se metter mano a tutto ciò non è semplice, un paziente scandaglio di fonti di archivio, di memoriali, di periodici e carteggi ha permesso di raggiungere almeno una conclusione: un consenso socialista e liberale euro-americano contro il regime sovietico è esistito realmente, caratterizzato da una circolazione di idee e iniziative allo stesso tempo transnazionale e transideologico. Basti qui un solo un esempio. La preparazione delle Letters from Russian Prisons, uscite a New York nel 1925, fu il frutto di una collaborazione che coinvolse più centri (non soltanto New York, ma anche Berlino e Praga), mettendo al lavoro militanti politici di diversa appartenenza politica e ideologica (dai menscevichi, ai socialisti rivoluzionari fino agli anarchici). Brevi scritti di grandi intellettuali francesi, britannici e statunitensi introdussero il volume. Questo mondo così vivace nacque in risposta alle prime manifestazioni repressive del regime fondato da Lenin, organizzando la solidarietà verso i prigionieri politici per tutti gli anni Venti, indagando la condizione dei lavoratori forzati nei campi del legname all’inizio degli anni Trenta, pubblicando i memoriali di quanti erano riusciti a fuggire dai lager di Stalin, facendo pressione sui governi perché sanzionassero il regime sovietico sul terreno delle politiche commerciali e dei rapporti diplomatici. Addirittura – lo vedremo nel terzo capitolo – durante la Seconda guerra mondiale maturarono i frutti di una vera e propria «rivoluzione della conoscenza» dei metodi sovietici quando l’aggressione nazista del 22 giugno 1941 provocò una crisi mortale del regime sovietico; una crisi non soltanto delle sue capacità di difesa militare, ma anche dei dispositivi che avevano impedito, per larga parte degli anni Trenta, la circolazione fuori confine di informazioni circa arresti di massa, deportazioni di intere popolazioni ed espansione ipertrofica del sistema dei campi.

Al di là di scambi, iniziative comuni e collaborazioni, ci dobbiamo chiedere cosa tenne insieme da un punto di vista concettuale questa galassia politica di sinistra ostile al comunismo sovietico. Quale che fosse la provenienza ideologica, i gruppi e le personalità di cui si narra in questo libro non rinunciarono a pensare la politica in termini di cambiamenti radicali: l’idea di rivoluzione non fu gettata generalmente alle ortiche come conseguenza dell’appropriazione fattane dal regime di Lenin e di Stalin. Il progresso storico continuò a essere visto come il prodotto del conflitto politico e dello scontro delle idee. Nessun revisionismo o pentimento, dunque, ma alcuni assunti condivisi che marcarono tutta la distanza dal comunismo sovietico e dai suoi amici. Il primo è quello relativo alla caratterizzazione della violenza politica e dell’uso del terrore. Visto dagli amici del comunismo, il «terrore rosso» dei primi anni costituì un derivato di tipo giacobino, necessario per salvare la rivoluzione in pericolo. Nel primo capitolo, studieremo nel dettaglio il processo di acquisizione di documenti, che permise a Sergej Mel’gunov, un grande studioso russo in esilio, di rovesciare questo discorso e affermare quindi che il terrore non era un derivato, bensì uno strumento originario, impiegato dagli apparati repressivi bolscevichi per costruire un nuovo ordine sociale costruito sulla paura. 

Il secondo assunto è relativo alla collocazione stessa del regime bolscevico nella traiettoria del progresso storico generale. Gran parte degli autori di cui discuteremo evidenziarono il carattere «regressivo» del bolscevismo. Della prima tragica sequenza (il 1914-1922) che riportò i territori appartenuti al grande impero zarista indietro di decenni, esso ne fu responsabile soltanto a partire dal 1917-1918. Il punto fu però che, come alcuni intuirono precocemente, il bolscevismo si configurò come il prodotto più tipico della Grande guerra, dalla quale esso imparò le pratiche e il culto della violenza, nonché l’aspirazione a comandare l’economia attraverso apparati statali, fuori da ogni considerazione per il funzionamento dei mercati. In questo senso il regime fondato da Lenin apparve parte di una dinamica storica a carattere regressivo, dando vita a uno stato militare che deliberatamente considerava economia e società due ambiti a sua totale disposizione. Lev Trockij si vantò di essere andato alla «scuola barbara» della guerra, ma acuti critici del bolscevismo (penso a Karl Kautsky) colsero precocemente tutta la portata del processo di de-civilizzazione in corso nello spazio sovietico ricompostosi in gran parte sui vecchi territori imperiali allo sbocco della guerra civile.

La «rivoluzione dall’alto» di Stalin nel 1929 spazzò via ogni possibile posizione intermedia tra amici e nemici del comunismo. Se al tempo della NEP si era potuto credere che la liberalizzazione dell’economia avrebbe portato con sé la liberalizzazione della politica, chiudendo finalmente quella vergognosa realtà costituita dai campi allestiti presso le Solovki. Adesso, la collettivizzazione / dekulakizzazione, le deportazioni di massa e la formazione di un grande impero concentrazionario non davano più scelta: da un lato, si pensi a Otto Bauer, si reputò necessario che una società arretrata, come quella sovietica, dovesse essere trascinata nella modernità con metodi drastici che naturalmente non sarebbero andati bene per l’Occidente; dall’altro, non mancò chi invece colse la peculiarità di un regime statuale che quanto più trascinava in avanti l’economia pianificata, puntando sulla formazione di un grande apparato militare industriale, tanto più finiva per realizzare un’organizzazione sociale arcaica, quasi di tipo castale, con alla base immense masse di lavoratori prigionieri ridotti in schiavitù e contadini tornati a essere servi di un’aristocrazia, adesso comunista, che si era impossessata dello Stato. Questa nuova concettualizzazione della «regressione» sovietica, in risposta alle politiche di Stalin, s’intrecciò a un lavoro documentario di grande rilievo, in gran parte concentrato nei primissimi anni Trenta. Considerando l’entusiasmo di molti progressisti occidentali per l’esperimento sovietico al tempo della crisi globale del mercato, questa contro-rappresentazione acquista ancora più valore.

In effetti, come ha scritto Maria Ferretti, se guardiamo la vicenda sovietica dal punto di osservazione della «genesi del gulag» (vale a dire del terminale più caratteristico della repressione sovietica), si ha di fronte una complessa «crisi della modernità», esplosa con la Grande guerra. La frantumazione in Europa dell’idea di progresso che connetteva in modo ordinato passato, presente e futuro, produsse una situazione di vuoto in cui apparve possibile ai bolscevichi realizzare, sulle macerie dell’Europa liberale e dell’impero zarista in decomposizione, l’utopia messianica del socialismo. Oltre ad aver abituato milioni di persone alla violenza, la guerra aveva forgiato strumenti (i campi di concentramento e lo sfruttamento del lavoro dei prigionieri) che il nuovo regime bolscevico impiegò per «salvare la rivoluzione». Dopo la pausa della NEP, il regime sovietico, saldamente nelle mani di Stalin, non esitò a far rivivere, di fronte alla resistenza della società, la tradizione russa della «modernizzazione senza la libertà», che affondava le radici nel progetto riformatore di Pietro il Grande. Corollario dunque di una crescita economica accelerata furono l’ampliamento costante della polizia politica, l’estensione dei reati politici e lo sfruttamento indiscriminato del lavoro forzato dei prigionieri. Questa volta, nel pieno della modernità industriale e della società di massa del XX secolo, la violenza, le repressioni e lo sfruttamento avvennero su una scala molto più vasta. 

Per un’intera fase fu possibile documentare tutto questo in Occidente. Più tardi, diciamo a partire dal 1933, le cose andarono diversamente: l’ombra inquietante dei campi sovietici scomparve o quasi dalla scena internazionale grazie al perfezionamento dei dispositivi che impedirono fughe di prigionieri e di notizie. L’avvento di Hitler al potere nel gennaio 1933 inoltre tolse, soprattutto nelle file del socialismo internazionale, la spinta morale a condannare il regime di Stalin, a cui ci si doveva adesso legare. Nel 1934, Léon Blum, il quale poco tempo prima aveva animato lo spirito antistalinista di una parte del socialismo francese, salutò con entusiasmo un telegramma proveniente da Kazan’: i prigionieri di Stalin, militanti dei vecchi partiti di sinistra messi fuori legge, invitavano i compagni francesi a un grande fronte unico con i comunisti contro il fascismo! Seguendo questa strada, si può affermare che il silenzio in Occidente di partiti, movimenti, governi, gruppi intellettuali sulla carestia – che Stalin usò nel 1933 come arma punitiva contro vaste masse di cittadini sovietici (ucraini, ma non soltanto), rei di opporsi ai suoi progetti imperiali – resta una delle pagine meno nobili delle democrazie occidentali, delle sue classi dirigenti e della sua opinione pubblica. (…)

Manifesto del 1936, fonte

Un estratto dal capitolo 3. La «scoperta» dei campi sovietici (1939-1949)

“… una letteratura polacca, basata sulla documentazione raccolta dagli ufficiali dell’Armata [comandata dal generale Władysław] Anders, fu prodotta negli stessi anni, con l’obiettivo di presentare prove inoppugnabili sui campi e sul lavoro forzato sovietici. Al di là della memoria, per quanto recente e ancora bruciante, furono gli avvenimenti del presente ad avviare questa macchina. Mi riferisco al processo di sovietizzazione in corso della Polonia, che, benché venisse realizzato compiutamente soltanto nel 1947, era stato messo in moto già nel 1944-1945. A Varsavia, dopo l’arresto di sedici capi politici e militari nel marzo del 1945, si decise di formare un regime filosovietico attraverso la consultazione elettorale, come previsto dagli accordi di Yalta. A causa della presenza di un forte partito contadino, guidato da Stanisław Mikołajczyk, il quale era stato capo del governo polacco in esilio dal 1943, i sovietici non ottennero i risultati sperati. Metodi più spicci furono impiegati allora all’inizio del 1947, allorquando fu utilizzato sistematicamente il terrore nella forma di intimidazioni, arresti e torture degli oppositori. Dal punto di vista polacco, il metodo migliore per denunciare il processo di sovietizzazione in corso fu di portare a conoscenza dell’opinione pubblica occidentale l’esperienza vissuta dai cittadini delle regioni orientali durante il periodo dell’alleanza tra Stalin e Hitler. Le interviste raccolte dagli ufficiali dell’armata Anders, delle quali abbiamo già discusso, fecero da tessuto connettivo per questa operazione politico-culturale. 

Per il fatto stesso che l’armata Anders aveva dato il suo contributo militare alla liberazione dell’Italia, Roma divenne per un tempo brevissimo il luogo dal quale s’irradiò in Europa la verità sul sistema concentrazionario sovietico. Nel 1944, Józef Czapski, pittore e scrittore polacco, compose le sue memorie pubblicandole a Roma nel 1945 con il titolo Ricordi di Starobielsk. Rinchiuso in uno di quei campi da dove migliaia di ufficiali erano stati prelevati dalla NKVD e fucilati, Czapski era stato miracolosamente risparmiato dal caso. Queste memorie uscirono contestualmente a un altro volume ad opera di ufficiali polacchi. Mi riferisco a La giustizia sovietica ad opera di Kazimierz Zamorski e Stanisław Starzewski (Roma, Roma, Magi-Spinetti, 1945), i quali preferirono utilizzare degli pseudonimi (in italiano Silvestro Mora e Pietro Zwierniak). Il volume non ebbe una grande circolazione anche se in contemporanea uscì un’edizione francese (Sylvestre Morra et Pierre Zwierniak, La justice soviétique, Roma, Magi-Spinetti, 1945). L’analisi del quadro normativo sovietico si dimostrò impeccabile, sottolineando come tipici i criteri della colpa collettiva (ed ereditaria), l’analogia di reato, il principio della retroattività della legge. In secondo luogo, gli autori descrissero il funzionamento reale di questa giustizia «orientale» sulla base di testimonianze che oramai conosciamo. Attraverso di esse, il lettore apprese dei metodi d’arresto della NKVD (prevalentemente notturni), della peculiarità della fase istruttoria (tesa a ottenere una confessione), delle procedure di tipo amministrativo, con commissioni speciali che emettevano sentenze giudiziarie. Ed ancora si lesse delle terribili condizioni dei trasferimenti verso i campi di smistamento e infine dell’inferno dei campi di destinazione, con fame, freddo, violenze delle guardie e lavoro coatto a farla da padroni. In terzo luogo, questo volume tentò una stima complessiva dei detenuti. Quindici milioni – corrispondente al 7,5% della popolazione sovietica – era effettivamente una cifra troppo alta, ripresa più volte durante la guerra fredda a fini propagandistici antisovietici. (Si è già ricordato all’inizio di questo paragrafo i numeri effettivi dei detenuti e dei deportati ad un dato momento storico, la morte di Stalin: secondo Werth un numero complessivo di 5,2 milioni di persone collocate dentro l’universo concentrazionario staliniano). La misurazione del «fenomeno gulag» fu fatta anche dal punto di vista geografico, proponendo in appendice una mappa dei principali sistemi di campi sovietici. Nel volume fu espressa una tesi radicale, ossia che il sistema dei campi era stato costruito per realizzare lo «sterminio biologico degli elementi indesiderati» non soltanto dunque per dotare il regime di una forza lavoro a basso costo.

Questo era il filo rosso che attraversò altre opere provenienti dagli stessi ambienti, come Terre inhumaine che Czapski pubblicò a Parigi nel 1947 (Paris, Éditions Self), con la prefazione di Daniel Halévy, come sviluppo delle memorie che aveva pubblicato in Italia (Magi-Spinetti, 1945). Un altro volume uscì nel 1947 a New York, con il titolo The Dark Side of the Moon, pubblicato da un’autrice anonima, ma corredato da una prefazione affidata alla penna di Thomas S. Eliot. Helena Sikorski mise a parte il lettore che i documenti usati per scrivere questo volume erano stati messi a disposizione dell’autrice da suo marito, il generale Władysław Sikorski, il quale era stato a capo del governo polacco in esilio fino al 1943. La descrizione della «rivoluzione dall’esterno» presentata in questo volume ci è già nota: saccheggio dell’economia, distruzione dei culti, aggressione ai membri delle élite politiche e culturali, arresti di massa e infine deportazioni nel vasto nel sistema concentrazionario. 

L’autrice confermò la ricchezza delle sue fonti: «ogni fatto che forma materia di questo libro è stato raccolto da fonti dirette. Queste fonti dirette sono: i racconti, le lettere, i diari e molti altri scritti di molte centinaia di persone che sono state deportate; inoltre racconti e dichiarazioni raccolti da me in conversazioni, durante giorni interi, se non settimane, con persone che raggiunsero l’Inghilterra dopo il 1941; racconti e deposizioni di persone che non furono deportate, ma che testimoniarono e assistettero agli avvenimenti riferiti; e, finalmente, atti e trattati fra i governi, di recente resi pubblici». (Questa citazione è presa dall’edizione italiana, L’altra faccia della luna, con prefazione di Thomas S. Eliot, Milano, Longanesi, 1948, pp. 87-88).

All’interno del sistema concentrazionario – commentò l’autrice – vi era un tale immenso serbatoio di schiavi a disposizione, che ciascun prigioniero «non rappresenta[va] nessun valore in denaro». Anzi «arrivato a un certo stadio di esaurimento e deterioramento fisico», il prigioniero poteva rappresentare un peso inutile: «meglio quindi –  sembravano ragionare le autorità dei campi – se lo si toglie di mezzo al più presto possibile, come infatti accade». L’idea dello sterminio (o comunque del disprezzo assoluto della vita umana) era teso a stabilire una parentela stretta con il regime nazionalsocialista, dando così una spinta alla diffusione del paradigma totalitario che avrebbe caratterizzato la guerra fredda culturale. 

(continua a leggere)

Ha scritto Andrea Romano nella sua recensione al volume in “Rivista storica italiana”, anno CXXXVIII, fascicolo 1, aprile 2026, pp. 372-377: 

“Il lavoro di Polese Remaggi ha anzitutto il merito di misurarsi con il fenomeno non solo nella sua più nota dimensione ideologica ma anche nell’intreccio tra diritto, economia e politica internazionale. (…) Mentre arrivavano in occidente le prime notizie sul «terrore rosso» e sul sistema repressivo in costruzione, nella sinistra europea andò formandosi la prima faglia interpretativa tra coloro che leggevano il regime bolscevico come una riedizione del giacobinismo, dunque un potere legittimato dalla rivolta popolare e costretto alla violenza per accelerare il percorso verso giustizia ed eguaglianza, e coloro che invece vi riconoscevano un tratto regressivo e fondamentalmente estraneo alla tradizione progressista: «l’inizio di un’altra storia, le cui radici erano da ricercare nel conflitto bellico, vero e proprio retroterra del dispotismo di tipo moderno». Una polarizzazione interpretativa che nell’atteggiamento della sinistra occidentale verso l’Unione sovietica fu non meno rilevante di quella che contrapponeva «riformisti» a «rivoluzionari», perché l’attribuzione all’esperimento bolscevico di una natura dispotica e regressiva spingeva a collocare il potere sovietico al di fuori (e contro) la tradizione progressista. Un passaggio, questo, che divenne la premessa fondamentale dell’anticomunismo socialista e liberal-socialista e di quelle iniziative assunte anche a sinistra per denunciare, contenere e contrastare il regime sovietico nella sua specifica natura di nemico dei valori di libertà, eguaglianza ed emancipazione che fondavano la tradizione progressista. (…) Polese Remaggi ricostruisce bene la stagione del «grande silenzio internazionale» che negli anni Trenta avvolse la tragedia sovietica, con la complicità dell’«allontanamento del socialismo internazionale dalla causa delle vittime di Stalin» per la prevalenza a sinistra del contesto antifascista: un silenzio violato solo dai racconti di pochi coraggiosi giornalisti (tra cui Rhea Clyman, Malcom Muggeridge e Gareth Jones) e dalle interpretazioni / memorie di testimoni / studiosi, come Vladimir Černavin, Victor Serge, Ante Ciliga o Boris Souvarine che posero in questi stessi anni le basi di quello che sarebbe poi diventato il canone interpretativo del totalitarismo”. 

TAG: Luca Polese Remaggi | Sinistra internazionale | Lager | Letteratura concentrazionaria | Iosif Stalin | denazificazione | Guerra civile | Rivolte contadine | 1905 | Lavoratori forzati | Revisionismo | Sergej Mel’gunov | Bolscevismo | Karl Kautsky | NEP | Solovki | Otto Bauer | Maria Ferretti | Léon Blum | Stanisław Mikołajczyk | Adolf Hitler | Kazimierz Zamorski (Silvestro Mora) | Stanisław Starzewski (Pietro Zwierniak) | Pietro Zwierniak (Stanisław Starzewski) | Silvestro Mora (Kazimierz Zamorski) | Daniel Halévy | Thomas S. Eliot | Helena Sikorski (Sikorska) | Władysław Sikorski | Nazionalsocialismo | Terrore rosso | Riformismo | Rhea Clyman | Malcom Muggeridge | Gareth Jones | Vladimir Černavin | Victor Serge | Ante Ciliga | Boris Souvarine | Politica internazionale | esuli | Vladimir Lenin | Antifascismo | XXI secolo | Federazione Russa | Archivi | Modernizzazione | Socialismo | Totalitarismo | Nicolas Werth | 1917 | Władysław Anders | Lev Trockij | NKVD | Nazismo | Repressioni | Józef Czapski | Gulag | Guerra fredda | Economia | Ideologia | Memorial | Minoranze | Occidente | Genocidio | Andrea Romano | Vladimir Putin | Anticomunismo | Comunismo | Cultura | Diritti Umani | Diritto | Europa | Guerra | Polonia | Prima guerra mondiale | Rivoluzione | Russia | Storia | Ucraina | URSS | USA

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Compila questo campo
Compila questo campo
Inserisci un indirizzo email valido.
Devi accettare i termini per procedere

Un ringraziamento speciale a:

Privacy Policy Cookie Policy

© 2026 poloniaeuropae
Tutti i diritti riservati.
Designed by Vink