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Yonas Bedzki
25 Settembre 2026
OggiIeriImmaginari
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Due film su un certo Est che non esiste più

Il Concerto e Un treno di vita di Radu Mihăileanu

di Yonas Bedzki

Immagine di copertina, Radu Mihăileanu, photo: Bogdan Iordache/ Cultura la dubă, dettaglio, fonte

Nell’arco di un’estate ho rivisto due film di Radu Mihăileanu regista, sceneggiatore e produttore cinematografico romeno (nato a Bucarest nel 1958), di famiglia ebraica, poi naturalizzato francese.

Leggi l’intervista con lui del luglio 2021 di Alexandra Tănăsescu.

Il primo toccante, allegorico, umoristico e surreale film è Train de vie – Un treno per vivere del 1998.

La trama.

«Una sera dell’estate del 1941, Schlomo, il folle, fa ritorno al proprio shtetl, un villaggio ebraico dell’Europa dell’Est, con la notizia catastrofica dell’imminente arrivo dei tedeschi. Il Consiglio dei Saggi si riunisce e decide di organizzare un falso treno di deportati per sfuggire ai nazisti. La comunità prepara la partenza in gran segreto per la Terra Promessa, la Palestina. Lo stravagante tentativo è di fuggire attraverso le linee tedesche in Unione Sovietica e da lì in Terra d’Israele. Il villaggio si mobilita interamente per condurre questa folle impresa, finanzia, acquista e rimette in funzione un intero treno, con tanto di truppa travestita da “tedeschi”, incaricata della sicurezza del convoglio.

Una volta partiti, gli imprevisti e i problemi si accumulano tra tedeschi veri e falsi, partigiani, eserciti tedeschi e sovietici, passeggeri ebrei comunisti e non, zingari, incontri e mescolanze inedite non solo linguistiche, nonché memorabili momenti musicali, in gran parte rielaborati dal folclore e dalle tradizioni romene e di altre etnie.

Questo è il secondo lungometraggio di Radu Mihaileanu, regista romeno legato a temi come l’identità culturale, l’esilio, scappato dalla dittatura di Ceausescu nel 1980. Train de vie fa la sua comparsa al festival di Venezia, dove ottiene il premio Fipresci a cui seguirà il David di Donatello come migliore pellicola straniera.

Un piccolo grande film, una tragicommedia che unisce l’umorismo yiddish, in cui convivono comicità, dramma e malinconia, che non risparmia una grottesca ironia verso gli stessi ebrei, i tedeschi e i comunisti, con un ritmo impeccabile, grazie alla colonna sonora arrangiata dal compositore di alcuni dei migliori film di Kusturica, Goran Bregovic, e soprattutto, ad un’originalità narrativa.

Il racconto di Train de vie, segue la costruzione delle fiabe e ha inizio con un monologo di Schlomo con “c’era una volta” e si conclude con un doppio finale. Sin dalle prime battute è esplicito l’intento del suo autore di affrontare il tema della Shoah in una maniera del tutto inedita, sottolineando l’irrealtà della sua finzione, insistendo invece sulla tipicità di una cultura e del folclore ormai scomparsi, scegliendo di restare ai margini del genocidio. I personaggi sono caricaturali e volutamente stereotipati, a tratti comici, come il rabbino, il sarto, il folle, il comunista. Mihaileanu riesce egregiamente a mettere in scena gli effetti disumanizzanti dell’ideologia e del potere sull’individuo, mostrando come una commedia possa essere più tragica della tragedia stessa.

Come è egli stesso ad affermare: “L’umorismo come ebreo, è ciò che mi ha fatto sopravvivere, che ha salvato la nostra vita e la nostra memoria”».

Vedi il trailer.

Guarda in italiano l’intero film (durata 1:35:16) anche qui.

Vedi tutto il film in originale francese con sottotitoli in inglese (durata 1:38:47)

Il secondo film, commedia drammatica, a tratti esilarante e commovente, di Radu Mihăileanu è Il concerto – Le concert del 2009.

La trama.

«Andreï Filipov è un celebre direttore d’orchestra licenziato all’apice della gloria, interrotto nel mezzo di un concerto, per essersi rifiutato di licenziare ed espellere dalla sua orchestra tutti i musicisti ebrei. Deposto dalla politica di Leonid Brežnev, derubato della musica e della bacchetta, è costretto da trent’anni a spolverare e a lucidare la scrivania del nuovo e ottuso direttore del Grande Teatro Bol’šoj. Il direttore ha per lui una profonda antipatia e Andreï viene continuamente vessato e ingiuriato.

Un fax indirizzato alla direzione del teatro è destinato a cambiare il corso della sua esistenza. Il Théâtre du Châtelet ha invitato l’orchestra del Bol’šoj a suonare a Parigi. Impossessatosi illecitamente dell’invito, Andreï concepisce il suo riscatto di artista. All’improvviso ha un’idea folle: riunire i suoi vecchi amici musicisti che, come lui, vivono facendo umili lavori, e portarli a Parigi, spacciandoli per l’orchestra del Bol’šoj. È l’occasione tanto attesa da tutti di potersi finalmente prendere una rivalsa e di terminare il Concerto in D major, Op. 35, per violino e orchestra di Pëtr Il’ič Čajkovskij, che stavano suonando trent’anni prima, al momento in cui furono interrotti. Sul palcoscenico francese sotto mentite spoglie, scordati e ammaccati dal tempo e dalla forzata rinuncia alla musica, i musicisti accoglieranno la chiamata agli strumenti, stringendosi intorno al loro vecchio direttore e all’impresario Ivan Gavrilov anche lui riesumato dai tempi che furono. La loro vita e il loro concerto riprenderanno da dove il regime li aveva interrotti, accordando finalmente presente e passato?

Filipov insiste che al concerto prenda parte la giovane e brillantissima violinista francese Anne-Marie Jacquet (l’attrice Mélanie Laurent), per altro affascinata sia dalle musiche di Čajkovskij sia dal nome del grande Filipov. Sarà lei la star della serata come il primo violino.

Ovviamente sorgono problemi e complicazioni a non finire, varie volte il concerto rischia di essere annullato. Non manca un importante segreto che riguarda due musicisti ebrei della vecchia orchestra, la grande violinista Lea e suo marito Ytzak, i quali, allo scioglimento coatto dell’orchestra, vennero deportati entrambi in Siberia, dove Lea impazzì prima di morire, seguita dal marito. Alla fine, senza alcuna prova, si arriva all’inizio del concerto.

Con Train de vie Radu Mihăileanu “addolcì” la Shoa, circondandola di un’aura pienamente fantastica e organizzando una finta “autodeportazione” per evitare quella reale dei nazisti. Il suo treno carico di ebrei fintamente deportati ed ebrei fintamente nazisti riusciva a varcare come in una favola il confine con la Russia. Ed è esattamente nella terra che prometteva uguaglianza, salvezza e integrazione, che “ritroviamo” gli ebrei di Mihăileanu, musicisti usurpati del palcoscenico e della musica a causa della loro ebraicità.

È un film importante Il concerto perché racconta una storia ancora oggi sconosciuta, la condizione esistenziale degli ebrei che vissero per quarant’anni nel totalitarismo. Andreï Filipov e i suoi orchestrali sono idealmente prossimi agli artisti che durante il regime di Brežnev si macchiarono dell’onta infamante del dissenso e furono cacciati dal paese o dai luoghi dove esercitavano la loro arte con l’accusa di aver commesso atti antisovietici. Costretti a vivere (e a morire) nei campi di lavoro della dittatura brezneviana o additati di fronte al mondo e al loro Paese come parassiti sociali, i protagonisti del film riposero gli strumenti per trent’anni e ripiegarono su esistenze dimesse e mestieri svariati: facchini, commessi, uomini delle pulizie, conducenti di autoambulanza, doppiatori di hard movie. Il regista rumeno li sorprende in quella vita (ri)arrangiata e offre loro l’occasione del riscatto artistico e della reintegrazione nel loro ruolo.

Come Mihail Gorbacëv, Mihăileanu restituisce alla Russia un patrimonio umano e intellettuale, concretato nel Concerto per Violino e Orchestra di Pëtr Il’ič Čajkovskij, diretto da Filipov nell’epilogo e metafora evidente della relazione tra il singolo e la collettività. Positivo del negativo Wilhelm Furtwängler, celebre direttore della Filarmonica di Berlino convocato di fronte al Comitato Americano per la Denazificazione, l’Andreï Filipov dell’attore e produttore cinematografico russo

Aleksej Gus’kov è un fool, un’anima gentile dotata come lo Shlomo di Train de vie di un talento per l’arte della narrazione e della finzione, che conferma la predilezione del regista per l’impostura a fin di bene e contro la grandezza del Male.

Ancora una volta è la musica ad accordare gli uomini. In un’amichevole gara musicale tra due etnie perseguitate (ebrei e gitani) o nella forma del Concerto per Violino e Orchestra, due sezioni che formano un’irrinunciabile unità emozionale.

“L’orchestra è un mondo. Ognuno contribuisce con il proprio strumento, con il proprio talento. Per il tempo di un concerto siamo tutti uniti, e suoniamo insieme, nella speranza di arrivare ad un suono magico: l’armonia. Questo è il vero comunismo. Per il tempo di un concerto” – dirà Andreï Filipov prima del concerto».

Vedi il trailer.

Guarda il film per intero (durata 2:02:40).

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