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Franz Haas
20 Maggio 2026
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2 Commenti

Donne assassine, pance indesiderate, uomini buoni a nulla

È terribilmente comico «Bitternis» o «L’ora del lupo», il romanzo di Joanna Bator. Tra i migliori esempi dell’attuale letteratura femminile mondiale

di Franz Haas

L’autrice polacca Joanna Bator era finora nota in lingua tedesca per tre opere raffinate. Con il nuovo romanzo Bitternis (nella traduzione in tedesco dal polacco di Lisa Palmes, Suhrkamp-Verlag, Berlino 2023) le ha ora superate di gran lunga. Ancora una volta si tratta soprattutto delle vicende di donne in Slesia, di destini in una provincia che qui risplende come la contea di Yoknapatawpha di William Faulkner o la Macondo di García Márquez, ma i nomi dei luoghi di Bator sono tutti reali. Wałbrzych (ex Waldenburg), nella Bassa Slesia, è la città natale dell’autrice e l’epicentro del suo universo narrativo, grandioso e brulicante di vita.

Joanna Bator sa bene di cosa parla, poiché è cresciuta in quell’angolo di mondo in condizioni di povertà, prima di trasferirsi in Giappone e in altre parti del mondo, per poi tornare in Polonia. La zona di ambientazione è già nota grazie al suo romanzo Piaskowa Góra [Montagna di sabbia nella traduzione italiana di Barbara Delfino, Voland 2022], una brillante epopea provinciale incentrata su tre generazioni di donne tormentate, personaggi impressionanti le cui storie di vita vengono in parte sviluppate in Chmurdalia. Nello stesso scenario è ambientato anche Ciemno, prawie noc  [Buio, quasi notte], un giallo con una forte impronta fantastica in un presente ostile.

Ed ecco quindi Bitternis, un colosso agile di oltre 800 pagine di prosa acrobatica e danzante, ricca di autoironia femminile e di un divertimento esilarante, che Lisa Palmes ha tradotto in un tedesco altrettanto agile. Questa volta si tratta addirittura di quattro generazioni di donne, di un secolo di storia tedesco-polacca, di uomini assenti o brutali, buoni a nulla o noiosi, ma soprattutto del genere “debole” e per questo spesso piuttosto subdolo. Questo nuovo romanzo è una festa di narrazione arguta sulle insidie e le difficoltà della vita e, letteralmente, su cento anni di amarezza, dal 1920 al 2020.

Il titolo originale del 2020 è in polacco Gorzko, gorzko [Amaro, amaro], che secondo l’usanza polacca si grida agli sposi durante il matrimonio affinché si bacino per scongiurare future amarezze. Ma in questi cento anni non si celebra mai un matrimonio.

Il Italia il romanzo è stato pubblicato nel marzo scorso come L’ora del lupo, traduzione di Barbara Delfino, Feltrinelli 2026.

A raccontare è Kalina, ormai trentenne, che vive in Slesia in una vecchia casa legata alla storia della sua famiglia. Racconta in modo spesso intricato e con salti temporali sconcertanti (con scarse indicazioni cronologiche, che bisogna ricostruire tra le righe) di sé stessa, della sua bisnonna Berta, della nonna Barbara e di sua madre Violetta. 

L’ambientazione è dapprima la Germania hitleriana, poi la Polonia comunista, in seguito quella rigidamente capitalista e devotamente cattolica.

La bisnonna Berta nasce nel 1920; sua madre muore di parto e la ragazza, rimasta orfana di madre, impara dal padre il mestiere di macellaio e la raffinata arte della lavorazione delle salsicce. Quest’uomo, gioviale ma brutale, venera Hitler e una giovane ceca formosa, e vuole far sposare la figlia con un mastro macellaio più anziano e benestante. Ma Berta si ribella in modo sanguinoso, perché «nell’estate piovosa del 1938» si è innamorata di un giovane venditore ambulante, tanto da far tremare tutto il suo mondo. Sogna una vita nella «Praga dorata», ma viene abbandonata incinta.

Così, nel 1939 nasce la nonna Barbara, però in prigione, e come sua madre Berta sia finita lì, per morire anch’essa di parto, viene raccontato con stupenda leggerezza in tanti brillanti frammenti di mosaico nel corso di questo voluminoso romanzo. Barbara trascorre gli anni della guerra in un orfanotrofio, nel 1945 viene adottata da una coppia triste, profughi dall’Est che hanno vissuto esperienze terribili. A Waldenburg, che ora appartiene alla Polonia e si chiama Wałbrzych, ottengono un minuscolo appartamento fatiscente in mansarda, che a Barbara sembra un paradiso, dove dimentica il tedesco e impara il polacco.

Nella nuova casa, un condominio che sembra un formicaio, se la cava egregiamente tra vicine di casa devotamente malvagie e ragazzi pieni di energia aggressiva «come bottiglie di limonata agitate». È lì che Barbara trascorrerà il resto della sua vita, tra lavori umili e un breve amore ardente come in una fiaba con un giovane uomo, per poi affrontare anni strazianti con un mostro anziano e violento, il padre di sua figlia.

Anche questa Violetta nasce lì intorno al 1960, la madre della narratrice, una «madre poco materna» che chiama la figlia Kalina come un personaggio di un romanzo d’appendice, che sogna una vita da hippie in India, inizia studi di letteratura a Breslavia e vuole essere una donna moderna ed emancipata. Ma nell’epoca del «capitalismo nascente» riesce solo a trovare un lavoro al «Solarium Acapulco», poi come cameriera in un ristorante lungo una strada statale. E poiché le «pance indesiderate» fanno parte della tradizione di famiglia, anche lei rimane incinta, di un bravo ragazzo che però le sembra troppo convenzionale. Così non gli dice nulla e spera per anni di trovare un pesce più grosso, mentre Kalina cresce dalla nonna.

La volubile Violetta, a cui è stato dato il nome di una cantante polacca di canzoni sdolcinate, questa intellettuale fallita che blatera sempre di autorealizzazione, è il personaggio femminile più patetico del romanzo Bitternis. Appartiene all’incirca alla stessa generazione dell’autrice (classe 1968) ed è l’incarnazione di un femminismo deragliato, qui messo in scena con un umorismo pungente e critico. Tuttavia, Joanna Bator – che dichiara di apprezzare la scrittrice, drammaturga e traduttrice austriaca Elfriede Jelinek – rinuncia completamente a una retorica emancipatoria accanita e crea un fuoco d’artificio narrativo che è tra le prove migliori sul lato femminile della letteratura mondiale odierna.

L’ultima di questo contorto albero genealogico femminile è Kalina, nata nel 1990, figlia della pietosa femminista Violetta, nipote della combattiva orfana tedesca Barbara. Sembra davvero essere «artefice della propria fortuna» e non si lascia sviare dagli uomini. Ha studiato (come Joanna Bator) scienze culturali a Breslavia, ha vissuto a Varsavia e ora scrive nella sua casa di campagna in Slesia «la storia della nostra famiglia», compresi tutti i «buchi a forma di uomo» in questa saga fantastica e sfavillante.

Perché gli uomini, sì, proprio gli uomini, questo disastro del creato! Con loro tutte le donne della famiglia hanno la loro croce da portare. Già la bisnonna Berta deve fare i conti con un padre tirannico. All’inizio riesce a difendersi con astuzia, ma quando incontra il bel garzone itinerante Mlad, «la complicata aritmetica dell’innamoramento» la manda completamente in subbuglio.

Anche la nonna Barbara ha avuto le sue difficoltà con gli uomini. Prima con Mirek, un Marlon Brando della Bassa Slesia con una moto scintillante, un principe azzurro e apprendista falegname, che va a vivere da lei perché non ha più un posto dove stare, e che poi muore in un incidente. Poi con lo psicopatico sadico Barnaba, che la picchia per trent’anni finché lei non reagisce – a modo suo anche lei una donna tosta, che per tutta la vita era stata una timida topolina.

La madre Violetta, a sua volta, emancipata com’è, ha un sacco di uomini, tipi loschi di ogni genere, ma solo il noioso Karol le ha «fatto un figlio». La sfilata di uomini attorno a questa donna sempre naufragata è uno degli spettacoli affascinanti di questo romanzo. Joanna Bator lo mette in scena secondo tutte le regole dell’arte narrativa, con uno sguardo sororale e perfido sulla protagonista femminile e con l’occhio della domatrice sul ridicolo zoo di uomini.

E Kalina, la trentenne narratrice, come se la cava con gli uomini? Anche lei ha avuto qualche esperienza con Konrad, l’amico d’infanzia che va e viene, si atteggia a anticonformista, ma poi finisce per cercare la comodità borghese con un’altra. Ora Kalina ha una relazione con un certo Kuba, il veterinario del posto, che compare solo nelle prime e nelle ultime pagine di questa storia. Sembra un tipo in gamba, e la lettrice vorrebbe saperne di più su di lui, il lettore vorrebbe scoprire se questo Kuba si comporterà male con la giovane donna, a quali bassezze potrebbe essere capace. Ma ecco, qui purtroppo questo magnifico romanzo finisce già dopo 829 pagine.

*******
Di Franz Haas leggi Leccarsi le ferite nel prefabbricato di Varsavia


Immagine, la città di Wałbrzych, fonte

TAG: Joanna Bator | Lisa Palmes | Bassa Slesia | Yoknapatawpha | William Faulkner | Macondo | García Márquez | Wałbrzych (Waldenburg) | Elfriede Jelinek | Breslavia (Wroclaw) | Franz Haas | Barbara Delfino | Generazioni | Nazismo | Comunismo | Donne | Est | Germania | Ironia | Letteratura | Lingue | Polonia | Romanzo | Storia | Traduzione | XX secolo

2 Commenti. Nuovo commento

  • Camilla miglio
    20 Maggio 2026 20:23

    Grande scrittrice ma pure il recensore! 🩷

    Rispondi
    • Franz Haas
      21 Maggio 2026 15:35

      Grazie!

      Rispondi

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