Ogni anno il 14 giugno la Lettonia commemora le vittime del comunismo
di Margherita Carbonaro
Immagine di copertina: fotogramma dal video di presentazione del Museum of the Occupation of Latvia.
A quelli che non tornarono più
Tre domeniche fa era il 14 giugno 2026.
Il 14 giugno di ottantacinque anni fa cadeva di sabato. A Riga era una bella giornata, soleggiata e calda. Il sole stava salendo gli ultimi gradini prima di arrivare all’altezza del solstizio e, raggiunta la cima, cominciare lentamente la discesa. Esattamente un anno prima (14 giugno 1940), i nazisti erano entrati a Parigi. Poco meno di un anno prima, il 17 giugno 1940, i sovietici erano entrati a Riga. Evento da cui l’io narrante del romanzo di Zigmunds Skujiņš, Come tessere di un domino (trad. di Margherita Carbonaro, Iperborea, Milano 2017), all’epoca dei fatti un ragazzino, viene toccato all’inizio attraverso i cambiamenti vissuti a scuola:
«Cambiarono gli insegnanti, cambiarono i programmi. Nuove parole scrosciavano e ribollivano: la grande vittoria degli operai, il peso della borghesia che ci eravamo scossi di dosso, il sole della costituzione di Stalin. Le orge vocali scorrevano come una fiumana impetuosa che avesse rotto gli argini. E solo di tanto in tanto, fra le onde spumeggianti, appariva la faccia pallida e spaventata di qualcuno sul punto di annegare» (p. 162).
Tanti in quell’anno precedente erano annegati, uno per uno. Ma al potere sovietico non era bastato. Ragionava in termini di collettività, di masse, di grandiosità e grandi numeri. Quindi l’esperienza maturata nelle deportazioni di altri popoli indusse Mosca a organizzarne una anche dai tre stati baltici. In maggio vennero preparate con cura le liste di quanti rientravano nelle categorie da deportare. Poiché a quell’epoca le colpe dei padri ricadevano regolarmente anche sui famigliari dei colpevoli, i numeri crescevano in fretta. Le categorie da deportare in quel momento erano due. La prima era costituita dagli “elementi antisovietici”, in sostanza ex imprenditori, funzionari dei governi della Lettonia indipendente, una buona fetta degli intellettuali, ma anche semplici “individui ostili al potere sovietico”, cioè potenzialmente chiunque. C’era poi la categoria, meno numerosa, degli “elementi criminali e asociali”.
Fra i deportandi della prima categoria appariva anche il nome di mio nonno, Arturs Ozols, con la sua famiglia. Era stato membro dell’Assemblea costituente quando era nata la repubblica di Lettonia (18 novembre 1918), al termine della Prima guerra mondiale, poi aveva diretto per molti anni il dipartimento della marina mercantile. Durante il primo anno di occupazione sovietica aveva lavorato come funzionario del registro navale. Pochi giorni prima della data prevista per l’arresto, Arturs era stato avvertito da un superiore di sparire per un po’, e che nemmeno la sua famiglia si trovasse in casa. Così avevano fatto e per una settimana avevano dormito ogni notte in un posto diverso, Arturs separatamente dalla moglie Alise, dal figlio ventenne Arne e dalla piccola Baiba. Se fossero rimasti in casa, nella notte tra il 13 e il 14 giugno 1941 e anche nei giorni successivi, quando erano stati rastrellati gli assenti, si sarebbero uniti ai circa quindicimilacinquecento deportati dalla Lettonia – e circa quarantatremila dai tre stati baltici. Avrebbero avuto mezz’ora di tempo per fare i bagagli e sarebbero stati trasportati alla stazione di Šķirotava, alla periferia di Riga. Lì, come con ironia perversa dice il nome – dal verbo šķirot, che vuol dire “separare, smistare”, quindi “stazione di smistamento” – gli uomini venivano separati dalle donne e dai bambini. Solo per la durata del viaggio, veniva detto, poi sarebbero stati riuniti, cosa che ovviamente non accadde. Arturs e Arne sarebbero stati mandati nei campi dell’estremo nord e molto probabilmente non sarebbero mai tornati. Alise e Baiba sarebbero state mandate in un luogo meno ostile, e avrebbero avuto maggiori possibilità di tornare. Sul vagone bestiame dove sarebbero state caricate, un paio di giorni dopo Baiba avrebbe compiuto sei anni. Forse in quel momento sarebbero stati fermi su un binario morto, in attesa che si proseguisse il viaggio. Nel frattempo era scoppiata la guerra anche in Unione Sovietica, e i treni dei deportati davano la precedenza a tutti gli altri.
Furono duemilaquattrocento i bambini lettoni di età inferiore ai dieci anni saliti in quei giorni sui treni, oltre il quindici per cento dei deportati.
Uno dei vagoni usati per le deportazioni esposto accanto a una delle stazioni di Riga
Luoghi di provenienza dei deportati lettoni nel 1941, fonte.
Appena una settimana dopo la prima grande deportazione sovietica dai paesi baltici, Hitler lancia l’Operazione Barbarossa. E due settimane più tardi, il 1° luglio 1941, i nazisti entrano a Riga. Non perdono tempo. Appena tre giorni dopo, il 4 luglio, danno fuoco a tutte le sinagoghe della città, tranne una, risparmiata solo per il timore che le fiamme possano trasmettersi agli edifici vicini. Viene distrutta anche la grande sinagoga corale di Riga, nel cui rogo muore un numero imprecisato di persone che si erano rifugiate all’interno. Venti? Trenta? Duecento? È un numero su cui nessuno potrà mai fare chiarezza. Poiché la storia, nel momento in cui accade, è spesso perversa, l’orrore portato dai nazisti significa per mio nonno, che non appoggiò quel regime come non aveva appoggiato quello precedente, il sapere che la persecuzione sovietica nei suoi confronti è sospesa. Almeno temporaneamente. Per mia madre bambina significa forse la salvezza. Anche per alcuni degli ebrei che in quel momento viaggiano ancora, assetati e denutriti, nei vagoni bestiame, e che forse hanno superato in quel momento gli Urali, l’orrore della deportazione in URSS significa la salvezza, almeno temporanea, dall’orrore nazista che avrebbero vissuto in patria. Prima della Seconda guerra mondiale, gli ebrei in Lettonia costituiscono circa il cinque per cento della popolazione. Ma sono quasi il dodici per cento dei deportati del giugno 1941.
Dopo i roghi delle sinagoghe, la persecuzione continua, si fa più crudele, sempre più numerosi sono quelli che vengono portati via a forza dalle proprie case, ammazzati nei boschi attorno alla città. Dopo uno spaventoso giugno, anche il luglio 1941 è terribile. Nelle zone centrali di Riga capita oggi di imbattersi in targhe, affini alle pietre d’inciampo, affisse sulle facciate degli edifici. C’è scritto, in lettone, «Tiem, kas aizgāja un neatgriezās [per quelli che se ne andarono e non fecero ritorno]. Giugno e luglio 1941». Su quale genere di superficie sono affisse le targhe, questo lo decide la storia successiva. Caso per caso. Può essere sopra un edificio ben ristrutturato in tempi recenti, dai colori netti e sicuri di sé; o sopra un pezzo di muro tra le vetrine di uno studio di tattoo; o sopra una superfice di legno dalla vernice screpolata, color ruggine, smarrita in una qualche sospensione del tempo che dura fino a oggi. Qualcuno visse qui, ottantacinque anni fa, e non ritornò.
Fonte delle ultime 2 immagini: fotogrammi dal video di presentazione del Museum of the Occupation of Latvia.
Di Margherita Carbonaro leggi gli altri contributi su poli-logo.
Sulla giornata del 14 giugno in cui ogni anno in tutta la Lettonia si commemora la Giornata delle vittime del genocidio comunista leggi qui e vedi qui. Leggi anche Address by President Edgars Rinkēvičs on the Day of Remembrance for the Victims of Communist Genocide 14 June 2026.
Sulle deportazioni dei bambini lettoni in Siberia vedi la mostra interattiva e multilingue.
Sulle perdite demografiche lettoni a causa della Seconda guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra guarda il video (durata 10:32).
Sulle deportazioni in URSS dagli Stati Baltici nel 1940-1941 vedi qui. Sulle deportazioni dal 1941 al 1949 vedi qui.







