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Carmela Giglio
20 Luglio 2026
OggiTesi
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Cartolina dalle sponde del Bosforo

Nel decimo anniversario del fallito golpe del 15 luglio 2016

di Carmela Giglio

Immagine di copertina: il presidente Recep Tayyip Erdoğan parla alla folla riunita ad Ankara per l’evento “Il 15 luglio nel suo decimo anniversario: la nostra Volontà, la nostra Vittoria”, dettaglio, fonte

Era appena calato il sipario sul vertice Nato tenutosi ad Ankara, in Turchia, il 7 e l’8 luglio 2026. Con Recep Tayyip Erdoğan che da bravo padrone di casa si era guadagnato sul campo i galloni del mattatore, spiccando come un faro della politica, in un panorama internazionale a tratti desolante. Ed ecco che nel paese, trasformato per l’occasione in un gigantesco palcoscenico del potere, è andato in scena il secondo atto della consacrazione del presidente turco.Ovvero le celebrazioni per il decimo anniversario del fallito golpe del 15 luglio 2016, quando una fazione ribelle dell’esercito tentò di rovesciare il governo. Il quinto tentativo di colpo di Stato dal 1960. Il primo ad essere schiacciato. Nello spazio di una notte. Al prezzo di aprire una crepa, che continua ad allargarsi nella società, nella politica e negli apparati dello Stato.

La scenografia scelta per commemorare quell’evento, spartiacque nella storia della Turchia moderna, è stata imponente. Sotto lo sguardo rapito di migliaia di cittadini assiepati lungo le sponde del Bosforo, il cielo sopra quel primo ponte dove tutto cominciò e ribattezzato “il ponte dei martiri” è stato acceso dai bagliori di 1500 droni. Hanno proiettato ritratti di Erdoğan e di cittadini che trovarono il coraggio di sfidare i carri armati; e poi scritte patriottiche come: “Tek Millet, Tek Bayrak, Tek Vatan” (una sola nazione, una sola bandiera, una sola patria).

Quando quella notte di dieci anni fa, i militari insorti occuparono il ponte, il complotto era già in atto da ore. Eppure l’allora primo ministro Binali Yildirim e lo stesso Erdoğan, che era in vacanza sulla costa mediterranea, furono tra gli ultimi ad esserne informati.Un black out delle comunicazioni rimasto un mistero visto che, come emerse in seguito, sia lo Stato maggiore che l’intelligence erano a conoscenza del piano golpista fin dalle 15:00. Eppure, a dispetto di quell’enorme falla, i vertici delle due istituzioni furono ripagati con promozioni: il capo di Stato maggiore Hulusi Akar divenne ministro della Difesa. Hakan Fidan rimase a capo dei servizi segreti e oggi è ministro degli Esteri. Dopo lo shock iniziale, il governo riprese il controllo della situazione e scattò il contrattacco. Lacerante. Militari lealisti contro i traditori, la polizia contro i soldati di leva fatti uscire dalle caserme e mandati allo sbaraglio. E soprattutto i civili, chiamati a raccolta da Erdoğan, che scesero in strada armati di bastoni, pistole, ma anche a mani nude.

Mihri Müşfik Hanım, Portrait of an Old Woman, Mimar Sinan Fine Arts University (MSFAU) Istanbul Museum of Painting and Sculpture Museum, dettaglio, fonte

Furono quasi trecento i morti: 104 fra i golpisti, gli altri militari, agenti di polizia e civili, che il potere commemora come martiri. Vittime di raid aerei, di scontri, di esecuzioni sommarie o falciati dai carri armati che sfrecciavano lungo le strade. Storie di violenze fratricide, di paura e di coraggio, di slogan urlati a squarciagola e di annichiliti silenzi, diventate il cemento di quella che è stata definita l’epopea del 15 luglio, oggi ricordata come la Giornata della democrazia e dell’unità nazionale. La leva che Erdoğan ha usato per consolidare il proprio potere. Facendo terra bruciata degli oppositori.

La mente dell’insurrezione fu identificata nel predicatore islamico Fetullah Gulen, fondatore del movimento politico-religioso Hizmet, dal 1999 in esilio volontario negli Stati Uniti, dove è morto nel 2024. Gulen era stato un fedelissimo alleato di Erdoğan. Un sodalizio all’apparenza inossidabile, che si era bruscamente interrotto nel 2013, quando alcuni membri di Hizmet avevano contribuito a far luce su alcuni casi di corruzione all’interno dell’esecutivo. Appena tre mesi prima del fallito golpe Ankara aveva designato il movimento di Gulen, indicato con l’acronimo Feto (Fetullah Terrorist Organisation) come un’organizzazione terroristica in grado di rappresentare “una minaccia per il mondo intero”.

L’insurrezione fallita chiuse il cerchio. E aprì la stagione della repressione. “Elimineremo ilvirus da tutte le istituzioni pubbliche” fu la promessa di Erdoğan. Le epurazioni hanno travolto come un tornado i ranghi delle forze armate, della polizia, della pubblica amministrazione, delle scuole (21mila i docenti espulsi come un corpo estraneo), dellamagistratura (oltre quattromila i giudici e i pubblici ministeri licenziati, sospesi o rimossi dalloro incarico). Sotto gli occhi di un’opinione pubblica divisa tra chi esultava e chi restava inerte e impietrito dallo sconcerto, andava in scena quella che è stata definita “la dottrina dello shock”: la messa in mora degli equilibri istituzionali e delle libertà democratiche come il prezzo da pagare per ottenere sicurezza e stabilità.

Mihri Müşfik Hanım, Portrait of Woman in Black, Pastel, Private Collection, dettaglio, fonte

Il suggello arrivò l’anno successivo. Nel 2017, con un risicato 51,4 per cento dei voti — tra le proteste delle opposizioni che denunciarono brogli e irregolarità — ebbe luce verde ilreferendum costituzionale che ha fatto della Turchia una repubblica presidenziale (leggi anche). E spianato la strada all’alleanza fra l’AKP, Partito della giustizia e dello sviluppo di Erdoğan, e il MHP, Partito del movimento nazionalista, di Devlet Bahçeli, braccio politico del gruppo estremista dei Lupi grigi.

Lo stato d’emergenza proclamato all’indomani del fallito colpo di Stato fu revocato dopo due anni. Eppure l’emergenza, quella palpabile nella politica e nella società turche, non è mai finita . Anzi trova nuova linfa negli arresti dei rivali politici, messi fuori gioco (il cumulo di capi d’accusa rovesciati sul sindaco di Istanbul Ekrem İmamoğlu, in carcere dal marzo dello scorso anno, ammontano ad una pena detentiva di circa 2000 anni). E poi giornalisti, sindacalisti, artisti, finiti nel mirino solo per aver levato voci fuori dal coro.Mentre le luci stavano già per accendersi sul vertice dell’Alleanza Atlantica di Ankara, circaduecento persone sono finite dietro le sbarre. Ufficialmente per ragioni di sicurezza. Ma tra loro c’erano ambientalisti, accademici, il direttore di una rivista sui diritti LGBTQ e perfino un comico, Deniz Goktas. Reo di aver oltraggiato i valori religiosi.

L’opinione pubblica internazionale, distratta dai revolver personalizzati offerti da Erdoğan in omaggio agli alleati Nato, non se n’è curata.

Mihri Müşfik Hanım, Self-portrait drinking coffee, dating before 1918, technique and size unknown, Private Collection, dettaglio, fonte

  • Leggi le precedenti cartoline di Carmela Giglio qui
  • Leggi la Cartoline da Istanbul di Rachele Botti qui
TAG: 15 luglio 2016 | Golpe | Binali Yildirim | Hulusi Akar | Presidenzialismo | Fetullah Gulen | Hizmet | Mihri Müşfik Hanım | MHP | Lupi Grigi | Devlet Bahçeli | Estremismo di destra | Deniz Goktas | Hakan Fidan | Bosforo | AKP | Ankara | Carmela Giglio | Ekrem İmamoğlu | Rachele Botti | Recep Tayyip Erdoğan | Autoritarismo | Repressione | Nato | Storia

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