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Carmela Giglio
13 Maggio 2026
OggiTesiGeografie
1 Commento

Cartolina dalla Turchia – Il Mar Nero resta centrale, ma il Bianco…

Ankara e il nuovo ordine mediterraneo

di Carmela Giglio

Immagine di copertina, fonte 

È solo un colpo di teatro, una di quelle manovre ad alto effetto mediatico di cui il presidente Recep Erdoğan si serve astutamente per tenere sulla corda alleati e rivali, sostenitori e nemici giurati?  Oppure una mossa ben ponderata, ispirata dalla dottrina del Mavi Vatan (la Patria blu), che punta a fare del Mediterraneo orientale il principale asse della strategia navale e geopolitica di Ankara? Il quesito agita le già turbolente acque turche.

Per la prima volta le fazioni militari libiche – quelle che fanno capo al governo di Tripoli, riconosciuto dall’Onu, e quelle legate al signore della guerra Khalifa Haftar, che spadroneggia a Bengasi – sono schierate fianco a fianco all’estero: in Turchia, dove stanno partecipando all’esercitazione multinazionale Efes 2026 che fino al prossimo 21 maggio riunisce forze provenienti da  45 paesi – fra i quali Italia e Stati Uniti – in una delle più massicce manovre militari congiunte organizzate  dalle forze armate di Ankara.

In un post su X dai toni trionfali il ministero della Difesa turco ha descritto lo schieramento congiunto dei militari libici come la riprova degli sforzi per realizzare il principio “una Libia, un esercito”.

Oltre l’enfasi di rito, è un segnale positivo per il Paese nordafricano che, dal crollo del regime di Muʿammar Gheddafi nel 2011, è stato inghiottito in un buco nero di instabilità e di lotte fratricide, ed è finito ostaggio di competizioni regionali e globali, in un intreccio di ambizioni geopolitiche e interessi economici.

Fonte immagine 

In questo intrigo internazionale che punta alla creazione di un nuovo “ordine mediterraneo”, la Turchia ha giocato fin dall’inizio un ruolo chiave. Messa di fronte al precipitoso collasso dell’era gheddafiana e al deteriorarsi della situazione sul campo, Ankara è stata la principale sostenitrice delle forze guidate da Tripoli contro l’offensiva scatenata dal generale Khalifa Haftar, appoggiato dalla Russia. A colpi di forniture di armi, droni, mercenari siriani, consiglieri militari e capacità logistiche avanzate ha scongiurato la caduta della capitale e blindato il ruolo del Governo di unità nazionale (GNU). Una scelta di campo che ha garantito a Erdoğan una corsia preferenziale nella stipula dei contratti di ricostruzione ma soprattutto gli ha permesso di blindare il cosiddetto “Accordo di delimitazione delle Zone Economiche Esclusive (ZEE) ” siglato con Tripoli nel 2019 (leggi qui e in precedenza qui). Un’intesa che ha ridefinito i confini marittimi fra Turchia e Libia, sulla quale Ankara fa leva per accampare diritti su acque che sono un forziere di risorse energetiche. Inoltre, ha ridisegnato le linee di competenza nel Mediterraneo e spinto in un angolo Roma, Atene e Nicosia. Mandando in fumo l’ambizione italiana di assumere il controllo energetico e navale lungo la rotta Libia-Europa. E scatenando la furente reazione della Grecia; e di Cipro.

Ma il puzzle ricomposto dall’abile diplomazia turca è saltato in fretta. Il cessate il fuoco mediato dalle Nazioni Unite nel 2020 ha di fatto congelato la spaccatura della Libia tra il governo di “unità nazionale” guidato a Tripoli dal primo ministro Abdul Hamid Dbeibah e l’amministrazione di Haftar, rais di Bengasi.

Messa di fronte a questo quadro di instabilità permanente, e soprattutto di fronte al rischio di perdere influenza e di mettere a repentaglio i propri interessi nel Paese, la Turchia ha allora aggiustato il tiro. Il governo turco ha iniziato a blandire Haftar. E ad accorciare le distanze con Bengasi a colpi di accordi di cooperazione economica, diplomatica e militare. Al punto che, secondo fonti Reuters, a dispetto dell’embargo sulle armi imposto dalle Nazioni Unite, Haftar avrebbe acquistato droni da combattimento di fabbricazione turca.

Più che un voltafaccia – è la tesi di Ankara – è stata un’operazione di “riduzione del rischio”.  Che è riuscita a capitalizzare l’incertezza imperante nel paese nordafricano per ottenere vantaggi strategici. Con buona pace dell’Italia che di fronte all’espansionismo turco ha visto via via ridurre i propri spazi di manovra in Libia, a dispetto dei legami storici, dei forti interessi economici ed energetici, delle cruciali questioni del controllo dei flussi migratori e della sicurezza (per recenti aggiornamenti leggi qui, e qui e anche qui e ancora qui e poi qui e infine qui). 


Fonte immagine 

L’eco che in Turchia ha avuto la notizia della prima esercitazione congiunta degli eserciti rivali libici è stata la cartina di tornasole dell’importanza della posta in gioco. Se il partito di governo, il conservatore AKP, batte la grancassa della capacità turca di agire da mediatore regionale, abbandonando i panni di sponsor di una sola fazione, l’opposizione laica e secolarista del CHP attacca quello che bolla come “l’avventurismo militare” di Erdoğan in Medio Oriente e in Nord Africa. E l’accusa di sfruttare la causa libica per racimolare consensi, senza curarsi dei costi economici, e del rischio di nuovi spargimenti di sangue.

In un panorama di media omologati al potere, le voci dissonanti sono soltanto sussurri che derubricano la “vittoria diplomatica” in un “colpo di vana teatralità”, con poche o nulle garanzie sulla futura coesione dell’esercito libico.  Il vero obiettivo – ribadiscono – è ottenere che Bengasi si affretti a ratificare l’accordo marittimo siglato da Ankara e Tripoli nel 2019, per consolidare la presenza militare e navale turca nel Mediterraneo, anche a scapito di una autentica pacificazione nazionale in Libia.

Ad aleggiare nei dibattiti tra i partiti, sulla stampa, in Tv e sui social c’è un tema che va dritto al cuore dell’identità politica e strategica della Turchia: Akdeniz – in turco il “mare bianco” ovvero in italiano il Mediterraneo – ha forse soppiantato Karadeniz, il mar Nero, storicamente considerato un “lago turco” durante l’impero ottomano? La risposta, unanime, galleggia fra le due sponde. Il mar Nero resta centrale per i calcoli energetici e strategici di Ankara: le scoperte di gas offshore (il principale è il giacimento di Sakarya, con riserve stimate in oltre 650 miliardi di metri cubi) sono state presentate dal governo turco come “chiave dell’indipendenza energetica” e come trampolino di lancio per aspirare ad un ruolo di hub verso l’Europa. Ma la guerra sferrata da Putin contro l’Ucraina ha di fatto “militarizzato” il mar Nero, trasformandolo in una sorta di retrovia del conflitto: un freno per le mire espansioniste di Ankara. Che ha reagito spostando sulla sponda opposta, nel Mediterraneo, l’asse delle sue priorità strategiche.

Interactive Map: Russia’s Invasion of Ukraine. Assessed Control of Terrain in Ukraine as of May 11, 2026, 2:20 PM ET, ISW, fonte 

The Black Sea and the Sea of Azov, fonte. Leggi l’articolo The Changing Military Balance in the Black Sea: A Ukrainian Perspective, By Alina Frolova and Stepan Yakymiak, Carnegie Endowment for International Peace, April 2, 2026. 

Fonte immagine 

Di Carmela Giglio leggi:

  • Cartolina da Ankara – equilibrismi tra le fiamme
  • Cartolina dalla Turchia – il secondo Bosforo, Kanal Istanbul
  • Cartolina dal Bosforo – la Turchia di Erdoğan

Sulla Turchia leggi anche:

  • Cartoline da Istanbul. Erdoğan l’inaffondabile, di Rachele Botti
  • Europa malata, dalla Polonia alla Turchia?
TAG: Recep Erdoğan | Mavi Vatan | Tripoli | Khalifa Haftar | Bengasi | Efes 2026 | Muʿammar Gheddafi | Abdul Hamid Dbeibah | Akdeniz (Mediterraneo) | Karadeniz (Mar Nero) | Sakarya | Politica internazionale | AKP (Partito della Giustizia e dello Sviluppo) | CHP (Partito Popolare Repubblicano) | Ankara | Carmela Giglio | Libia | Rachele Botti | Stati Uniti | Cipro | Energia | Europa | Grecia | Italia | Mar Nero | Mediterraneo | ONU | Russia | Turchia | Ucraina

1 Commento. Nuovo commento

  • Camilla miglio
    14 Maggio 2026 7:33

    Grazie per questa prospettiva di cui dovremmo tenere conto per il futuro

    Rispondi

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