Tra Mar Nero e Mar Rosso rivalità turco-israeliane
di Carmela Giglio
C’eravamo tanto amati. O forse no. Di sicuro Turchia e Israele – che oggi si scagliano l’un l’altro minacce e invettive, come duellanti pronti alla stoccata finale – hanno alle spalle un passato di cooperazione strategica. Nel marzo del 1949 la Turchia fu il primo paese a maggioranza musulmana a riconoscere Israele. Fu l’innesco di una “entente cordiale” cementata da intese di cooperazione militare e di intelligence, e da accordi nel campo della difesa e della cooperazione economica. Per Israele, la Turchia era un ponte verso il mondo musulmano; per Ankara, Israele un partner tecnologico e insieme un contrappeso rispetto a vicini ostili. Un’alleanza forse senza pari nella regione, che finì polverizzata tra le macerie del processo di pace israelo-palestinese. E fu definitivamente affondata nel 2010, quando i commando israeliani assaltarono in acque internazionali la Mavi Marmara, nave turca di una flottiglia diretta a Gaza: negli scontri morirono nove attivisti turchi, un decimo si spense dopo quattro anni di agonia.
Recep Tayyip Erdoğan, allora premier, si scagliò contro Israele, accusandolo di “terrorismo di Stato”. Per rimarginare quella ferita servirono le scuse di Benjamin Netanyahu, arrivate nel 2013, e un risarcimento di 20 milioni di dollari alle famiglie delle vittime. Il graduale ripristino delle relazioni diplomatiche e il successivo disgelo, visti con lo sguardo di oggi, sono stati solo un intermezzo. Spazzato via dal massacro del 7 ottobre 2023 e dalla guerra senza quartiere contro Hamas sferrata da Netanyahu a Gaza. Al prezzo di decine di migliaia di vittime e di una crisi umanitaria di proporzioni catastrofiche.
Fin dall’inizio dell’offensiva israeliana nella Striscia, Erdoğan, per convinzione ideologica e per interesse politico (in Turchia l’opposizione alla guerra a Gaza non conosce confini ideologici o di parte) ha fatto della causa palestinese il perno della sua politica estera. La leva per scagliarsi contro lo Stato ebraico. In un crescendo di tensioni, minacce e reciproche accuse fra Turchia e Israele. E anche stavolta, come obbedendo alla legge non scritta del contrappasso, sono state le barche di aiuti dirette nella Striscia l’innesco della nuova crisi. Con una mossa dalle conseguenze più simboliche e di facciata che reali, Ankara ha chiesto all’Interpol di emettere un “red notice” contro Netanyahu, con le accuse di crimini contro l’umanità e genocidio. In riferimento al fermo e all’arresto delle centinaia di attivisti – fra i quali molti cittadini turchi – che lo scorso maggio avevano tentato di raggiungere Gaza a bordo della Global Sumud Flotilla.
L’invettiva di “dittatore antisemita” scagliata da Netanyahu contro il presidente turco ha dato il via alla rabbiosa reazione israeliana.
Ma stavolta, a differenza della crisi aperta dall’abbordaggio alla Mavi Marmara sedici anni fa, lo scontro fra Ankara e Tel Aviv non può essere derubricato come un malaugurato incidente diplomatico. Perché la competizione strategica tra i due paesi si è andata intensificando su più fronti.
A cominciare dalla Siria. Solo pochi giorni prima del colpo di teatro sul “red notice” a Netanyahu, gli israeliani avevano bombardato l’aeroporto di Abu al Duhur, a nord di Damasco, per evitare che i turchi ne facessero una base per il loro esercito. Per Israele, la presenza turca in Siria è in potenza una minaccia esistenziale: non tanto nel timore di un attacco diretto di Ankara, quanto per la possibilità che le infrastrutture siriane sotto controllo o influenza turca possano essere utilizzate da attori terzi (vedi Hezbollah e quel che resta della costellazione di milizie filo iraniane) per minacciare il nord di Israele.
Sul fronte opposto, la Turchia di Erdoğan – grande manovratore dell’irresistibile ascesa del comandante jihadista Mohammad al Jolani, oggi presidente Ahmed al Shaara – punta a espandere la propria presenza militare in Siria e a farne il perno della sua proiezione di potenza regionale.
Ma se Damasco è il terreno dove lo scontro rischia di raggiungere un punto di non ritorno, la competizione strategica fra i due Paesi va bel oltre. Accende la tensione nel Mediterraneo orientale e nel corridoio Mar Rosso-Corno d’Africa. Riguarda lo sfruttamento delle risorse energetiche, le rotte marittime, le alleanze regionali.
Proprio per contenere le mire turche sul forziere energetico del Mediterraneo orientale Israele ha firmato un piano d’azione trilaterale con Grecia e Cipro. Mentre nel Corno d’Africa, per fare da contraltare all’influenza di Ankara e mettere in sicurezza i propri interessi nel Golfo di Aden, Israele fa da sponda a Etiopia, Emirati e India. Il recente riconoscimento (primo Stato membro dell’Onu a farlo) del Somaliland ha scatenato l’ira dei turchi, legati a Mogadiscio da una partnership strategica sempre più stretta, basata su cooperazione militare, investimenti, infrastrutture ed energia.
Un puzzle complesso, che rischia di saltare.
Tanto più che questo clima ad alta tensione con Israele spinge Ankara a cercare una maggiore autonomia strategica. A smarcarsi dalla dipendenza da Washington e dai partner regionali allineati con lo Stato ebraico. E soprattutto a stringere i tempi sul fronte Russia-Ucraina, per non perdere il proprio ruolo di “guardiana degli Stretti” e di mediatrice regionale. I rapporti con Mosca e Kiev diventano così il terreno privilegiato per affermare il proprio ruolo di potenza regionale. Offrono a Erdogan l’occasione di presentarsi come negoziatore imprescindibile, garante della sicurezza marittima, sfruttando il controllo degli stretti e la convenzione di Montreux.
Di sicuro, al di là di questi aggiustamenti di fronte, la crisi fra Turchia e Israele apre delle crepe nell’impalcatura di sicurezza costruita dopo la Guerra Fredda.
La Nato dovrà scegliere se privilegiare la coesione interna o la gestione di crisi regionali complesse. Gli Stati Uniti dovranno bilanciare il sostegno a Israele con la necessità di non perdere la Turchia. E l’Europa dovrà decidere se vuole essere un attore autonomo o rimanere spettatrice in una competizione che la riguarda direttamente. Anche e forse soprattutto sul piano energetico.
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