Volti e storie della Polonia anni Trenta-Quaranta del Novecento
di Paolo Morawski
In pieno centro di Varsavia, ul. Krakowskie Przedmieście 11, mi sono imbattuto per caso in una mostra promossa dall’Instytut Pileckiego e dedicata ai polacchi che sono stati uccisi dai tedeschi durante la Seconda guerra mondiale, perché avevano aiutato in diverse maniere degli ebrei, cioè altri polacchi di origine o di fede ebraica. La mostra s’intitola „Zawołani po imieniu” [Chiamati per nome].
Dalla presentazione dell’iniziativa:
Chi sono i «Chiamati per nome»? Cittadini polacchi che furono uccisi dai tedeschi durante l’occupazione perché aiutarono gli ebrei destinati allo sterminio nell’Olocausto: amici, vicini, anche perfetti sconosciuti. Per molti anni, le vicende e il destino delle persone che prestarono aiuto furono noti solo ai loro cari.
In molti casi, le persone «chiamate per nome» morirono in seguito a denunce: la politica di terrore e paura messa in atto dagli occupanti diede i suoi frutti. I tedeschi, di norma, uccidevano queste persone senza processo né condanna formale, spesso negando loro il diritto a una sepoltura. Il destino delle vittime rimase sconosciuto per anni.
Il racconto storico solitamente si conclude con la morte delle vittime. Tuttavia, la tragedia è continuata. Le famiglie dei «Chiamati per nome» – persone che hanno vissuto la morte dei propri cari, la perdita della casa o la necessità di fuggire – hanno portato questo fardello da sole, affrontando traumi, pregiudizi e indifferenza. Questa è anche la loro storia.
Oggi, a distanza di anni, ricordiamo i volti dei polacchi assassinati per aver salvato gli ebrei e diamo voce ai loro cari. Per la realizzazione della mostra sono stati utilizzati materiali raccolti durante la ricerca sulle vicende dei «Chiamati per nome»: documenti d’archivio e fotografie, oggetti appartenuti alle persone commemorate, interviste alle famiglie, nonché studi sulla macchina del terrore tedesca a cui furono sottoposti gli abitanti della Polonia occupata.
Leggi sul programma di ricerca e commemorazione qui.
La mostra è disponibile sul sito dell’Instytut Pileckiego.
La mostra con le vicende umane che ricostruisce e narra – le storie di ebrei polacchi sovrapposte a quelle dei polacchi che li hanno aiutati, le vite perse, i lutti inflitti, le tragedie famigliari e traumi ereditati – non lascia indifferenti. Si visita in silenzio.
Alcuni volti interpellano più di altri per ragioni personali non facili da sondare.
Per associazione di emozioni ho pensato ai miei genitori e parenti, ai membri della mia famiglia che vissero in Polonia durante la Seconda guerra mondiale, chi morì durante l’invasione tedesca, chi in campo di concentramento tedesco, chi durante l’insurrezione di Varsavia dell’estate 1944 in cui i tedeschi schiacciarono la resistenza polacca e rasero al suolo la capitale. I famigliari condivisero la sorte di milioni di altri polacchi che vivevano nei territori annessi al Terzo Reich dopo il 1° settembre 1939 (o in quelli annessi dall’Unione Sovietica dopo il 17 settembre 1939). Anch’essi subirono violenze, sofferenze, morte, esecuzioni di massa, sfollamenti, detenzione nei campi di concentramento, deportazioni ai lavori forzati. Non ho famigliari ebrei e non so se i miei famigliari hanno salvato ebrei. Forse in un caso, a Varsavia. Ma i volti di questa mostra colpiscono anche perché sono volti di persone vissute nella Polonia tra le due guerre mondiali. Fotografie ritoccate, colorate, ma comunque appartenenti a un’epoca sulla quale varrebbe la pena sapere di più (qui un’eco). Perché quel mondo lì – la Polonia tra le due guerre – è stato spazzato via dalla Seconda guerra mondiale con tutto il suo corteo funebre di calamità e nefaste conseguenze.
Ho ripreso alcuni volti, quelli che per ragioni inspiegabili ho guardato più a lungo. I loro nomi, le loro vite e vicissitudini sono consultabili qui.










