L’esperienza di “una del Nord” che nella città sotto il vulcano ha incontrato “pezzi d’anima” e una casa
di Elena Paola Carola Alessiato
Al napoletano che mi ha aperto
mondi di vita e di pensiero,
e poi li chiuse
Frequento Napoli da quindici anni. Non sono quasi mai riuscita a scriverne. Come di un innamorato che non si riesce a capire per davvero, ma che purtuttavia attrae, e tanto più si ama. Di fronte a certi dilemmi tormentati e vitali, cosa possono le parole? Napoli è proprio questo: sintesi indistricabile di patimento e vita, attrazione e dolore, struggimento e leggerezza. “Napoli non finisce mai”. Il titolo del libro-romanzo dello scrittore spagnolo Enrique Vila-Matas si presta a essere parafrasato per la città che si estende dal mare al vulcano, e anche un po’ più in là. Ma mentre per Parigi la non finitezza si applica all’estensione (grandi viali, grandi distanze), alle pendici del Vesuvio è soprattutto una questione di intensità e concentrazione. Napoli vive di strati: la sua magia sta nella sovrapposizione degli stili architettonici, delle epoche, delle culture, delle sedimentazioni estetiche, dei ricordi. Napoli è la città in cui le colonne corinzie di un tempio greco sono state incastonate nella facciata neoclassica di una chiesa cristiana dall’interno moderatamente barocco, la quale svetta su una scalinata progettata da Francesco Solimena nel Settecento, la quale a sua volta sorge a ridosso di mura e fortificazioni romane, che innestano le loro fondamenta su blocchi di tufo scavati per costruire fognature, cunicoli di fuga, ossari e cimiteri, fino ai rifugi antiaerei della seconda guerra mondiale. Tutto questo lo si può trovare concentrato in pochi metri quadrati d’estensione in linea d’aria, nella Basilica di San Paolo Maggiore, mentre tutt’intorno si spande il profumo delle pizze appena sfornate e le cantilene dei venditori ambulanti si alternano al rombo dei motorini. È quel che accade nel cuore più antico dell’antica Neapolis: all’incrocio tra Via dei Tribunali, una delle strade parallele che incidono il tessuto urbanistico della città portando memoria dell’antico Decumano romano, e Via San Gregorio Armeno, nota al mondo per i suoi presepi tradizionali e i suoi laboratori artigiani.
Concentrazione è la parola d’accesso al mistero di Napoli: qui si può trovare tanto (tutto?) in poco, in un cortile che si apre all’improvviso tra i vicoli, in un piatto cucinato da mani sapienti, nei chilometri di giardini invisibili sospesi sulle terrazze, in una fossa scavata nel terreno – cosa che rende audace costruire una stazione della metropolitana. Può sempre succedere di trovare i resti dell’antico porto romano: è avvenuto recentemente nei pressi dell’attuale stazione Municipio. Perché i secoli sono passati non indenni su Napoli, e con essi la successione dei popoli, delle lingue, dei dominatori, dei benefattori: i greci e i romani, i normanni e gli angioini, gli svevi e gli aragonesi, gli spagnoli e gli austriaci, i francesi e i piemontesi, i re e i preti, i guitti e gli intellettuali, i soldati e le maschere.
Napoli non ha fine perché senza fine è l’intrico dei passi che l’attraversano, delle sue voci, delle sue eredità. La stratificazione crea varietà, ricchezza, confusione, moltiplicazione. Non si può più dire dove finisce un’influenza e ne inizia un’altra, perché il loro incontro, in molti casi disordinato e casuale, ha generato il nuovo, il bizzarro, l’inaspettato. Destinato a sua volta a fare da base o avvio a una nuova combinazione, una nuova configurazione. A Napoli c’è il troppo – di bellezza, di arte, di passato – che proprio in quanto tale – in quanto troppo – viene spesso nullificato, ignorato, desacralizzato. Sulle facciate dei palazzi cinquecenteschi del centro storico sventolano perennemente i panni stesi ad asciugare. I bambini imparano a giocare a calcio tra le colonne di Piazza Plebiscito e nelle piazzette dei palazzi un tempo nobiliari, tra obelischi votivi, statue logorate e lapidi che ricordano sposalizi illustri o rivoluzioni sfortunate. Nelle nicchie dei cortili secenteschi si aprono botteghe e bassi senza luce. Non ci sono argini di distinzione a Napoli: da sempre il portiere e l’avvocato, la domestica e il professore, il volgo e gli intellettuali abitano gli stessi quartieri, gli stessi palazzi. Molti dei racconti di testimoni ormai classici della disperazione napoletana, come Matilde Serao e Anna Maria Ortese, nascono proprio da questa mescolanza. Cosicché a Napoli non vale il criterio abituale per molte altre città del mondo, quello che richiama nel centro le classi alte e le iniziative di “vetrina” e confina nelle periferie il “popolo”. Questo abita il cuore di Napoli e ne tramanda la vitalità, anche quando la stranezza si ripropone nelle tinte più crude.
Napoli, la città con uno dei centri storici più estesi d’Europa, è anche quella nota al mondo per una criminalità che ha proprio in alcuni di quei quartieri i suoi presidi. Lo capii quasi subito quando, arrivatavi da borsista dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici, prestigioso istituto di ricerca e formazione fondato da Benedetto Croce al termine della Seconda guerra mondiale, si trattava di trovare una sistemazione in cui vivere per l’intero anno accademico. Chiesi in giro: dove è sicuro? Mi si guardò con divertita compassione. Intuii che in quel modo mi ero fatta riconoscere come “una del Nord”. Ma la mia inesperta curiosità venne premiata. Napoli è generosa e insieme a suo modo selettiva: riconosce chi vi arriva libero da pregiudizi e preconcetti e a lui apre vie inaspettate e sorprendenti. Non potrò mai dimenticare quel pomeriggio, nel mio secondo giorno in città, in cui mi ritrovai in un forno di Ercolano a impastare e cuocere rococò (i tipici biscotti natalizi a base di mandorle e aromi) con una famiglia napoletana al completo, che nel tempo mi ha quasi adottata.
A Napoli si sperimenta l’impressione che tutto possa succedere. Tra i suoi vicoli si può essere feriti per pochi euro, ma anche trovarsi circondati da chi si precipita a soccorrerti se hai inciampato e battuto malamente il gomito; aspettare per mezz’ore un pulman che non passa ma anche trovare chi offre un passaggio in motorino perché tanto “signurì, io da lì ci devo passare”. Vedere i cumuli di rifiuti accumularsi sotto le finestre dei palazzi antichi e imperiosi, e ascoltare alle otto del mattino di sabato uno spazzino che svuota i cestini al suono di “la munnezza è bellezza!”. L’imprevedibilità e l’incertezza sono tratti che contrassegnano l’alternarsi dei ritmi veloci, a tratti frenetici, della vita di Napoli, ma sempre accompagnati da uno strascico di sospensione: qualcosa può ancora sempre succedere. Un incontro, un invito, un guaio.
Il paesaggio non è mai solo uno sfondo. Il fatto di essere posizionata tra due pericoli naturali, il mare da un lato, un vulcano mai spento dall’altro, incide sul carattere di una città che convive costantemente con la minaccia e in cui la magnificenza architettonica e l’estrema teatralità delle espressioni di vita e delle forme di convivenza appaiono talvolta modi di espiazione e camuffamento. Come a ingannare la paura, neutralizzare il senso altrimenti paralizzante del pericolo, sfidare con l’eccesso il potere di ciò che non si può governare. Forse che non sono proverbiali la superstizione dei napoletani e le pratiche apotropaiche, dai cornetti alle processioni, che si caricano immancabilmente delle forme sgargianti del folclore? Dopotutto qui si sa anche ciò che non si conosce né viene espressamente detto: che tutto è già in qualche modo successo, da qualche parte tra gli strati della storia millenaria, ma nulla dura per sempre. Tutto è fluido come la lava che già un tempo ha travolto la vita, pietrificandola. Tutto è destinato a essere trascinato via, all’improvviso, senza scadenza né preavviso, e dunque tutto, alla fine, può risuccedere. Di cosa ci si può ancora scandalizzare? In quel modo di sentire impastato di fatalismo si intrecciano molle rassegnazione e sanguigno temperamento, indifferente rilassatezza e vivida intelligenza. La gente di Napoli ha una sapienza antica dentro di sé, che non c’entra con i titoli di studi o la competenza professionale. Essa nasce dalla pratica della strada, dalla confidenza con le multiformi e spiazzanti sfaccettature della vita.
Già, la Gente di Napoli. Così ha titolo un progetto fotografico patrocinato dal Comune e andato in mostra dal 13 al 18 aprile 2016 nelle sale del PAN, il Palazzo delle Arti. L’obiettivo del giovane Vincenzo De Simoneè andato in giro a riprendere i volti e le impressioni scritte di decine di persone, in gran parte studenti o poco più, che vivono la città e a essa si rapportano con un misto di orgoglio e condanna, di attaccamento e repulsa. Pur nella varietà delle pose e degli sguardi, ci sono alcuni temi ricorrenti: il fatto che Napoli sia una città che addestra a ogni battaglia e, nel bene e nel male, a ogni esperienza; che si può arrivare a odiare, per le sue disfunzioni e le sue assurdità, ma poi nella distanza se ne sente pressoché sempre la nostalgia; un luogo che si riflette nella sua lingua, più di un dialetto e vicino a una musica, lingua – ricorda un suo cultore come Toni Servillo – «scandalosa e pudica, accussì scurnosa e accussì nuda», ove una vocale vale una frase intera; una città associata all’amore in tutte le sue varianti – dalla passione alla poesia, dalla magia alla rabbia, dall’insofferenza alla necessità. L’unico stato d’animo a essere sempre escluso è l’indifferenza. Chi è indifferente a Napoli non ha anima.
Da secoli artisti e pensatori si interrogano su quale sia l’anima di Napoli, e come si possa descrivere o rappresentare. Non è cosa da poco, perché ogni parola e ogni segno sono una forma di fissaggio, di delimitazione della realtà e delle esperienze. Ma come si fa a imbrigliare in una forma ferma quel che sempre sfugge e travalica il concetto, quel che non si lascia cogliere e prendere?
Anche questa sua variopinta imprendibilità deve essere stata tra i tratti che da sempre hanno affascinato, divertito e disorientato, gli stranieri di passaggio in città, e tra questi molti provenienti da quell’area dell’Europa centrale che «malgrado tutto non è l’Asia». Quel vasto mondo che noi chiamiamo dell’Est, e che purtuttavia è l’Ovest dell’Oriente (e insieme L’oriente dell’Occidente, come recita il titolo di un libro del 2002 sul Cristianesimo ortodosso), ha sempre guardato con un misto di curiosità e sospetto alla vivacità caotica e rumorosa del Sud, di cui Napoli è una delle indiscusse e gloriose capitali. Molti sono coloro che qui sono passati, si sono fermati oppure sono ripartiti, sentendosi, a seconda dei casi, vittime talvolta di uno straniamento o di una magia, al contempo sempre anche un po’ come “un barbaro nel giardino” – per richiamare l’espressione che titola la raccolta di uno dei maggiori poeti polacchi del XX secolo, Zbigniew Herbert (1924-1998). Il quale, durante i suoi numerosi viaggi in Italia, visitò più volte anche Napoli, alla cui topografia perfettamente si presta la regola del girovagare elaborata dal poeta: “dritti, la terza a sinistra, poi di nuovo dritti e la terza a destra. Si può andare anche in linea retta”. In tutti i casi Napoli non deluderà la curiosità, che sia la vista di qualche monumento o un incontro memorabile. Perché – come osservava un altro polacco ma questa volta “napoletano”, Gustaw Herling (1919-2000) chetrovò ai piedi del vulcano la sua seconda vita, e forse anche una casa – «Napoli è un museo vivente, dove il patrimonio artistico convive con le realtà sociali, economiche, commerciali».
È questo uno dei tratti che da sempre cattura la fantasia di avventori e osservatori, anche se le esperienze e le percezioni non sempre sono allineate, e anzi possono essere le più diverse. Per lo scrittore, giornalista e drammaturgo ceco Karel Čapek(1890-1938), ad esempio, al quale si deve tra l’altro il conio del termine robot, la bellezza di Napoli è come un inganno: si impone alla vista finché la si guarda da lontano. Ma poi, via via che ci si avvicina e ci si addentra in quel rotolo di strade, la nausea subentra all’ammirazione, almeno per chi come lui ha, scrive, «occhi boemi»: all’improvviso si è infatti accerchiati da «girovaghi sotto ghirlande di biancheria sporca, ti fai largo tra una minutaglia di ogni risma, asini, mascalzoni, capre, bambini, automobili, ceste di ortaggi, e di altre equivoche porcherie, officine che fuoriescono sul marciapiede e arrivano al centro della strada, immondizie, marinai, pesci, carrozzelle, cespi di cavolo, strilloni, ragazze con i capelli acconciati, sudici monelli stesi a terra; è tutto uno spintonarsi, uno schiamazzare, un bastonare con malagrazia gli animali, un chiamare a gran voce, offrire, urlare, schioccare la frusta, derubare».
Il frastuono delle voci che fa da sottofondo vitale alla città è il tratto che colpisce anche un’altra viaggiatrice dell’Est, Marija Konstantinovna Baškirceva, più nota come Marie Bashkirtseff (1858-1884), pittrice ucraina trapiantata in Francia, che scoprì la fascinazione per la pittura anche grazie a un soggiorno a Firenze, dove poté ammirare i maestri rinascimentali. Quello che più la colpì di Napoli fu «l’urlo continuo, come esplosioni di voci ininterrotte» ma anche il concentrato di «bellezze da lasciare stupefatti. […] Si perde la testa!», esclama. La vista della città dalla balconata di San Martino le fa pronunciare una verità che troppo spesso sottovalutiamo: «Il paese che possiede quel che possiede l’Italia è il paese più ricco del mondo». Questa stessa Napoli (solo più di un secolo dopo, dunque con tempi ed esperienze molto diverse) è quella che viene descritta da un’altra donna celebre, con una ferocia che forse è quella concessa solo agli amori sognati e non ricambiati: Anna Maria Ortese,nel celebre libro Il mare non bagna Napoli, descrive la città con parole forti e a tratti disturbanti: «una femmina sfatta, sfiancata di parti e di occhiate, truccata alla meno peggio di fuliggine e cerone. Madre dolorosa e sgranata […]. Sguaiata, irredenta, margine estremo senza salvezza».
C’è pur sempre, però, chi a Napoli la salvezza l’ha trovata. Lo scrittore e rivoluzionario russo Maksim Gorki (1868-1936), ad esempio, nel 1905, quando fu esiliato dalla Russia per il suo sostegno alla causa bolscevica, si ricordò del legame intenso che il popolo russo intratteneva con il golfo di Napoli e scelse Capri come esilio, anche con l’intento di costituire lì una vera e propria Scuola della Rivoluzione. Fu proprio Gorki a invitare niente meno che Vladimir Lenin(1870-1924) a visitare l’isola per «rimanere incantato dalle sue bellezze». E Lenin in effetti partì. Leggendaria è rimasta una partita a scacchi (gioco amato dal leader bolscevico, che con regine e alfieri tirava fuori il suo lato appassionato e rabbioso) con l’altro socialista rivoluzionario di origine polacca Alexander Bogdanov (1873-1928) anche lui ospite a Capri, mentre un quadro attribuito al pittore sovietico Vladimir Klimonovlo raffigura in abiti formali mentre parla con i pescatori del popolo.
Il legame del mondo russo con il golfo di Partenope conta in effetti una storia longeva e illustre, che ha perfino portato a parlare di una Napoli russa (dal libro dello storico Aleksej Kara-Murza, che ne ricostruisce gli interpreti e le suggestioni). Scorrono così i nomi e le esperienze dello scrittore Ivan Turgenev (1818-1833) e del pittore e ritrattista Orest Kiprenskij (1782-1836), che con le sue vedute e le scene di vita quotidiana rapite alla città contribuì a creare l’iconografia classica del Sud; del ritrattista Karl Brjullov (1799-1852), celebre autore della tela L’ultimo giorno di Pompei e del pittore simbolista e scenografo Mstislav Valerianovič Dobužinskij (1875-1957); dello scrittore e filosofo Vasilij Vasil’evič Rozanov (1856-1919) come dello scrittore e storico dell’arte Pavel Muratov(1881-1950), autore di Immagini dell’Italia. E se poeti e scrittori come Andrej Belyj (1880-1934) furono più propensi a indugiare sui difetti della città, vi fu chi, come Nicolaj Gogol (1809-1852), se ne lasciò sedurre e incantare. Nel 1846, nel corso del suo secondo soggiorno in città, l’autore de Le anime mortescriveva: «Sono arrivato felicemente a Napoli […] Mi sento così quieto e sereno […] Napoli è meravigliosa, ma sento che non mi sarebbe mai parsa così bella, se Dio non avesse predisposto la mia anima ad accogliere le impressioni di tale bellezza». Alla bellezza di Napoli, in effetti, occorre essere se non preparati almeno disposti, ed è il prezzo da pagare per non esserne ripudiati. Perché nella città dei mille colori e delle cartacce a terra continua a valere l’unica regola che scalcia contro tutte le regole: «A Napoli, città assurda, nulla è assurdo».
Napoli rappresenta il punto estremo di quel che caratterizza l’Italia tutta: ogni cosa si lascia contraddire o integrare da un’altra subito prossima, la complessità vive di contrasti e incomprensioni. Si crede di cogliere un carattere e subito fa capolino un paradosso che lo ridicolizza, un opposto che lo limita, una negazione che lo arricchisce. E poi siamo sicuri che le parole, che pure a Napoli sono coltivate con arte e compiacimento, riescano a svolgere il servizio migliore al nostro spirito? Non sono forse a volte un goffo fardello? Di fronte a certi scenari, a certi incontri ottici ed emotivi, non si può che rimanere in silenzio, e un silenzio che non è muto ma commosso, e rasenta – un dì mi venne detto – la perfezione.
Dolorosa è la bellezza di Napoli. Perché germina su un vulcano e convive con il pericolo. Perché è talmente eccessiva e sfacciata che a volte bisogna chiudere gli occhi. Perché eccede ogni limite e ogni concetto, ogni capacità di presa. Lascia spazio solo al rapimento di una immeritata epifania. Un politico in clima di campagna elettorale ha recentemente detto di questa città: «Napoli fa male tanto è bella». Al netto di ogni calcolo politico, è vero. Napoli fa male con la sua violenza, con i suoi atti di inspiegabile e orrenda brutalità, con le distorsioni e le manifestazioni di proibito che porta impunemente con sé. Ma fa male anche con le sue irriproducibili meraviglie. E non solo quando esse sono lasciate al degrado e alla dimenticanza, quasi non fossero viste né riconosciute. Ma anche quando esse ti si aprono di fronte al passo e, più le si ammira, più ci si accorge che non si è capaci di coglierle e trattenerle, e ci si deve rassegnare a lasciarle andare via, immuni dal nostro malessere, altere nella loro incurante persistenza. È quasi una variazione della sindrome di Stendhal quell’incredulità che coglie quando ad esempio si sale sul tetto di un palazzo al limite dei Quartieri Spagnoli e ci si affaccia su una visuale a 360’ gradi che si estende senza interruzione dalla collina di Castel Sant’Elmo e della Certosa di San Martino fino al golfo: possibile che tutto ciò esista insieme?, ci si chiede con emozione quasi afona; è struggimento misto a euforia quello che assale in certe sere al tramonto quando il mare è color dell’argento, il cielo rosato e la costa di Mergellina risplende di mille luci piccole e tremolanti come stelle. O quando, dal Parco del Virgiliano, sull’estrema propaggine della collina di Posillipo, ci si affaccia sul mare aperto che arriva a lambire Ischia, Procida e Capri, scintillanti e immote lì davanti, e poi si scende fino in città percorrendo una strada fiancheggiata da pini marittimi, ulivi e alberi di limoni. Nel fulgore del meriggio ogni oblio diventa possibile. Per questo la bellezza di Napoli è pericolosa come il “sì” dello Zarathustra nietzscheano: da esso può scaturire la potenza delle distruzioni come dei nuovi inizi.
Anime, si diceva. Composita e ineffabile è quella di Napoli. Essa parla attraverso le anime di chi si fa smuovere e travolgere dalle sue continue sollecitazioni. Perché Napoli – mi disse un giorno un collega – ha la capacità di far emergere “pezzi d’anima”, parti nascoste o taciute, non conosciute né espresse, delle persone, conservate in latitanza. Per questo le reazioni al suo cospetto variano: per conoscersi e farsi riconoscere, occorre volerlo, essere pronti, essere disposti anche a dare fiducia a chi di quella scoperta è veicolo o tramite. Napoli, alla fine, è un incontro.
Già Goethe venne colpito dalla inesausta varietà che caratterizzava la vita di Napoli, una città che non è mai uguale a se stessa perché infinita è la serie delle combinazioni a cui chi la popola può dare luogo. Napoli è la sua umanità: mista, mobile, vociante. “Un teatro a cielo aperto”, in cui, mi raccontò un giorno un sagace, napolitanissimo, professore, può benissimo capitare di iniziare con facilità su un autobus una conversazione con uno sconosciuto che, nel tempo del tragitto, racconterà moltissimo della sua vita e della sua giornata. Sarà piacevole ascoltare, ma occorrerà sapere, alla fine, che molta parte del racconto intrattiene con la realtà solo un rapporto di somiglianza. Il resto sarà frutto della vivace fantasia dell’oratore, e del suo ludico desiderio di protagonismo. Non è senso dell’inganno, però: è compiacimento del racconto, desiderio di incontro comunicativo, gioco sonoro, audacia visionaria. L’umanità di Napoli è l’umanità dei napoletani: energica e fantasiosa, sfuggente e testarda nell’assertività delle sue prese di posizione, infantile e superficiale ma capace di cogliere il punto in pochi attimi, menefreghista ma con scenografia, genuina e al contempo bugiarda, animalesca e signorile insieme. A Napoli si può incontrare l’uomo nelle sue espressioni più basiche e immediate. A Napoli si fa presenza il caos. Per le sue strade il silenzio non ha luogo: si grida e si mercanteggia, ci si bacia con passione e si gesticola con veemenza, ci si esibisce con estro e si canta con trasporto. Ma proprio questa natura, oscillante tra naturalità e naturalezza, convive con forme raffinatissime di rapporto e di espressione e con un’eleganza di modi che conquista, pratica il limite della discrezione e riesce a non apparire affettata. La forma a Napoli, al di là dei modi di dire, può davvero essere sostanza. Ma altrettanto repentinamente il calore può diventare tiepido formalismo, l’accoglienza può farsi distanza, la partecipazione sorvegliata estraneità. Imprevedibile è quella umanità, e talvolta feroce nella sua orgogliosa, spietata durezza.
La stratificazione di Napoli si alimenta di differenze evidenti, ma si nutre anche di universali comuni. Non importa quale mestiere si svolge, da quale famiglia si provenga e in quale parte della città si abiti. Per ciascun napoletano la musicalità, la capacità comunicativa e il cibo detengono il posto che loro spetta: irrinunciabili. Perché con la musica si dà voce al cuore, con la parola si rompe l’isolamento e s’inganna la solitudine, con il cibo, tutto il resto.
Napoli è universalmente associata a certi piatti e sapori che sono diventati l’emblema della cucina italiana nel mondo: la pizza, in primis, ma anche gli spaghetti, i sughi di pomodoro rosso carminio o quelli bianchi ai frutti di mare, la mozzarella, la pastiera, le sfogliatelle, il babà. Nei vicoli meno illuminati del centro storico due sono gli odori che s’incontrano più spesso: il profumo del bucato e quello del ragù. E proprio qui si è messi alla prova. Perché tra i primissimi accorgimenti che occorre imparare arrivando a Napoli dal Nord vi è che la mozzarella è quella di bufala (e mai va messa in frigorifero) e il ragù non centra niente con la bolognese. Da lì in poi si può cominciare a ragionare, senza troppo scherzare, però. Il cibo è una cosa seria. Non è mai argomento secondario o irrilevante. Dal cibo passano la saggezza della tradizione, la cura degli affetti, l’irreversibilità di certe gerarchie e la serratezza di certi legami. Il cibo a Napoli non nutre solamente: vizia, diverte, intontisce, placa, seduce. “Mi sono consolato” è l’espressione con cui si esprime il gradimento, e in essa emerge il potere curativo assegnato al cibo. Il quale, a sua volta, si nutre dell’anima dei napoletani: fiera e vivace, pragmatica e giocosa, depositaria spesso di un non detto fascinoso. Lo si intuisce frequentando le trattorie dove si servono i piatti della tradizione o camminando tra le bancarelle dei mercati popolari che occupano intere strade, tutte strette, del centro storico, dove i motorini sfrecciano come api e, a seconda dei casi, vengono duttilmente usati per trasportare materassi, bambini o cassette di carciofi. Lì è una festa dei sensi: dalle verdure dai colori così sgargianti da sembrare dipinte alle forme di pane grande (“pane cafone”) impilate nelle vetrinette come trofei, dai riflessi argentei dei pesci disposti su blocchi di ghiaccio alle fragranze appiccicose delle fritture appena scolate. Non è solo folclore o commercio. Esiste un legame profondo tra il cibo e questa città dei record: perché Napoli stessa è nutrimento. Nutre i vuoti di chi la guarda e di chi in essa vi si trova immerso, nutre con la sua bellezza, la sua vitalità senza pausa, i suoi imprendibili contrasti. Non era dopotutto questa la Campania felix? La terra del meriggio che acceca, del senso che rimbomba, e lascia tramortiti per i suoi eccessi. Una terra di ineguagliata bellezza, tanto che i racconti mitologici e i poemi omerici hanno tratto ispirazione da questi luoghi incantati. Qui gli antichi credettero di vedere passeggiare gli dei. Felice questa terra lo è anche per i prodotti benedetti che sa dare – se solo non fossero stati contaminati dai rifiuti e dalle ceneri dei fuochi. Ma la felicità di Napoli ha ben poco di sereno. È una grazia che si costituisce sulla lava degli inferi, mortifera e incandescente. C’è un fondo di dramma in ogni scenografia napoletana, la consapevolezza, magari opaca o taciuta, che non ci si può riparare veramente, che non c’è salvezza condivisa. La morte è sempre in agguato, sempre presente, sempre più forte. Ad essa non ci si può ribellare; la si può solo sfidare con un’unica, ultima irriverente risata, in cui si fa valere l’incurante assuefazione alla perdita, al vuoto che lascia. Napoli è una città in cui si sentono forti le tracce della fine: morte temuta e rifuggita, morte vezzeggiata e presa per compagna, morte spurgata e inflitta. Le chiese sfoggiano in gran quantità reliquie e immagini di martiri. Nel centro storico vi è una chiesa che è in sé un monumento alla morte in funzione difensiva: quasi per farsela amica. Nella chiesa di Santa Maria delle Anime del Purgatorio ad Arco, incastonata tra cumuli di rifiuti, storiche pizzerie e pescherie a misura di famiglia, ossa e crani in pietra sono assunti come elementi architettonici e decorativi, e nei sotterranei, dalle grate dell’esterno, si osservano ancora le candele che qualche anima in pena accende per portare avanti una pratica longeva, benché ormai proibita: quella dell’adozione delle anime “pezzentelle”, bisognose di cure e preghiere in cambio di grazie e favori. Il più imponente monumento alla morte si trova nel quartiere della Sanità, in via di riqualificazione, ove si estende nei sotterranei un ossario vasto come un bunker, che ospita migliaia di resti ammassati. È il famoso cimitero delle Fontanelle.
Non è solo felice questa Napoli. L’origine greca della sua fondazione rivive, inassorbita e insuperabile, nel generare il senso (paradossalmente) vivo della morte come presenza con cui si convive, una presenza che fa paura ma che si percepisce ineliminabile: si sa che è parte del flusso che tutti ci travolge. Non è un caso che uno dei maggiori interpreti dell’animo napoletano, che chiamare comico sarebbe imperdonabilmente riduttivo, abbia tratteggiato con irriverente serietà l’azione della morte: a La Livella Antonio de Curtisin arte Totò ha dedicato una delle poesie più celebri e intense. Napoli è una città dolorante: soffre per il suo animo nero che permane invitto tra i colori accecanti dell’aria mediterranea.
Certi dolori rimangono aperti, altri si lasciano dimenticare. Il vulcano continua a fare da sentinella, e ai suoi piedi si dispiegano storie, traffici e desideri. L’eccedente inesauribilità di Napoli continua a stupire il visitatore di passaggio come l’abitante che non riesce mai abbastanza ad abituarsi alla sua meraviglia, alle sue ferite, alle sue ingiustizie. Non ci sono formule adeguate per racchiudere l’anima di quella città, nata, secondo il mito, nel luogo dove venne rinvenuto e sepolto il corpo della sirena Partenope, che si lasciò morire per troppo dolore, incapace di rassegnarsi alla partenza di Ulisse. Ma per quanto è vero che i miti sono solo favole che rivelano la verità in forma simbolica, allora è ancora una volta sorprendente riconoscere come la bellezza di Napoli non sia innocua: nasce da un intreccio incantato di angoscia e nostalgia, di slancio appassionato e senso della perdita, di illusione e tradimento, entrambi suscitati dalla forza del canto. La città, soprattutto, si costruisce in riferimento a una doppia esperienza universale, quella ineluttabile della morte e quella insieme esaltante e distruttiva dell’amore. Napoli non può che essere femmina, e tentatrice. Lo intuisce con poetica semplicità Olga Di B., uno dei volti della mostra fotografica “La gente di Napoli”, alla quale affido una conclusione che, come per ogni vero incontro, non può che essere provvisoria: «Napoli è donna, profuma, è calda, formosa e bella, maledettamente bella. Di quella bellezza che non stanca e che tutti i giorni ti incatena, ti trattiene a letto, si fa oblio di tutto il resto. E stai lì fra le sue braccia, ti prendi i suoi baci, i graffi, i morsi, le carezze e non ti importa che con lei non andrai da nessuna parte, che sarà tutti i giorni pizza, tutti i giorni frittura, olio e sale, tutti i giorni traffico, sporcizia, confusione, tutti i giorni speranza che un parcheggiatore abusivo ti salvi da giri a vuoto in cerca di un posto dove sostare. Napoli è donna, il primo amore, l’illusione che almeno lei ti conosca, l’illusione che in lei tu ti riconosca, il filo rosso, una poesia, una canzone. Maledetta bellezza, quando c’è lei, purtroppo, il resto non conta».
Per finire guarda il documentario (durata 30:18): Gente di Napoli. È “prodotto da Vincenzo De Simone, psicologo e fotografo partenopeo, con la regia del londinese Luciano Ruocco, autore di documentari e film-maker presso la Rocco Media Productions, e del partenopeo Maurizio Di Nassau, regista, fotografo e filmmaker. Il direttore della fotografia è Stefano Virgilio Cipressi, la post-produzione audio di Giuliano Matteo Carmosino, il service sociale audio-video di Fujakkà e i video drone di Virto 360”.










